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Storia
di un Sambonifacese Memorie,
racconti e fatti
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Questo libro è la
trascrizione del manoscritto che mio padre San Bonifacio
26 X 1984 Appunti e ricordi
del passato Sono nato il 3/2/910 All’asilo la
soddisfazione di mangiare pasta e fagioli. Avevo 4 anni tornando a
casa dall’asilo, l’ho fatta in mutande, che vergogna. Ancora l’asilo: ero dai
“grandi” per aiutare le suore a lavare i pavimenti siamo andati (passaggio
interno) al ricovero a prendere l’acqua, sono salito sulla vasca per levare
il secchio e sono caduto dentro, l’acqua era alta i vecchietti che
aspettavano non sapevano come estrarmi, hanno levato
il tappo di sotto (esterno) e l’acqua è uscita lasciandomi inzuppato, poi
sono accorse le suore.
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2 - 1913 Bepi all’asilo Mia nonna Catterina
abitava con mia zia Anna vicino a me, mi chiedono un piccolo servizio avevo 4
anni, non mi ricordo come glielo fatto bene, per ricompensa mi volevano dare
un soldino, mia mamma poco lontana si accorge mi
sgrida prendendomi per un braccio mi trascina via. Io non protesto ma allungo
per di dietro la mano libera e prendo il soldino. Si mettono
a ridere mia madre si accorge si volta sta per darmi uno scappellotto
poi si mette a ridere anche lei. Un secondo ricordo
d’acqua l’ho avuto qualche anno dopo quando andavo
alle Biacche a prendere il latte (oltre Ancora un ricordo della
mia giovinezza impetuosa: la mia era una povera casa
(la maggior parte erano così) avevamo una scala di legno che ci portava alle
camere da letto, era fatta con 3 gradini un patto e poi la rampa, io per
scendere la rampa non la usavo mai, o uscivo saltando all’esterno o
strisciando in vari modi fino al patto. Un giorno mentre sul patto c’era una
brocca d’acqua che la mamma preparava per portarla sopra sul lavandino, io
sono sceso alla solita maniera sono inciampato, non so come, mi sono
rovesciato e sono andato a infilare la testa dentro
la brocca, mia madre è corsa spaventata ha tentato inutilmente di liberarmi,
si è rivolta ad altra gente (mio padre era militare) finché sono riusciti ad
estrarmi con notevoli ammaccature.
Qui si parla della
guerra 1915- 18 Siamo
sempre in tempo di guerra, io sono stato (come i miei fratelli più tardi) avviato a fare il
chierichetto, ogni mattina una o più messe (io abito vicino alla chiesa e
alle scuole allora comunali) In quest’ultime
hanno installato un ospedale militare, (uno ce n’era anche al ricovero quando
è scoppiata la spagnola) e molti sacerdoti militari celebravano La guerra 15-18 anche se
lontana mi ha lasciato alcune impressioni, lo spavento delle donne nel mio
cortile (eravamo al 7-8 di aprile) quando sentivano
il tuono delle cannonate, si mettevano le mani nei capelli gridando, quanti e
chi saranno i morti in questo momento? La paura che io ho provato e’ stato solo quando sono stato svegliato da un crepitio
di tuoni vicini e prolungati, sembrava proprio che la guerra ci fosse
arrivata addosso. E’ durato qualche ora, finalmente e’
stato chiarito che era scoppiata la polveriera al Perarolo
di Locara, 4- La mia famiglia è
composta dai genitori; 5 figli, 4 maschi e una femmina, io sono
il secondo. In tempo di guerra mia madre ci ha mantenuti col modesto sussidio
e lavorando a fare vestiti militari. Mio fratello
Antonio della classe 1907 finita la Vª elementare è
stato assunto come apprendista fornaio dalla ditta Dalla Riva che aveva il
forno in Via Roma e poi partirà per l’Argentina.
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2° 24/6/1929 Io continuo ad andare a
scuola fino alla Vª elementare, in quell’anno
all’oratorio di San Bonifacio si
da inizio alla scuola di disegno io mi iscrivo e la frequento con buon
profitto fino al 4° anno prima col maestro Sterza, poi prof. Albertini. Non continuo quando ho
deciso di seguire il mestiere di mio padre mastelli in
legno, che poi con mio fratello Mario allargheremo l’attività alle botti in
legno che, sia pure in modo molto ridotto, si costruiscono ancora.
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3 1941
Famiglia Appena iniziato l’anno
scolastico per frequentare la VIª elementare i miei amici sono venuti più
volte ad insistere perché ci andassi anch’io ma io ho resistito e ho finito per
dire che la VI non serviva a niente. Ho fatto la
stessa cosa durante la V elementare quando Don
Pietro Zampieri mi voleva avviare agli studi
superiori, dissi allora che io non avevo nessuna intenzione di farmi prete
che se io avessi studiato avrei fatto l’avvocato, ma la mia famiglia non
sarebbe stata in grado di mantenermi.
da notare il libro bilanci con inventario del 1926 della
neonata ditta Il mio lavoro col padre
nella piccola bottega vicino alla cucina, si lavorava tutto a mano, ha
cominciato ad interessarmi e non mi è mai venuto in mente di abbandonare nemmeno quando nel 1927 Ho rifiutato
coscientemente perché dicevo che se assicuravo il
mio avvenire avrei sacrificato lo sviluppo della modesta azienda famigliare
che cominciava a muoversi benino. Qui abbiamo un inserto
scritto il 28/9/86 sulla figura di don Zampieri CHI ERA DON
ZAMPIERI? Si potrebbe definirlo: la
coscienza critica e costruttiva di una generazione che, con la fine della
guerra del ’15 – ’18, stava subendo quelle profonde trasformazioni che
avrebbero portato alla nuova immagine di S. Bonifacio,
seguita alla IIª guerra mondiale. Lo scossone sociale e religioso provocato
nelle nostre zone dalla prima guerra, aveva portato molti giovani sulla
strada di una ricerca di soddisfazioni ed evasioni, sia pure con i mezzi
poveri del tempo, in pieno contrasto con i grandi valori che la religione e
le tradizioni familiari avevano conservato e tramandato. Don Pietro, uomo
tutto d’un pezzo, intransigente con sé e con gli altri, operava con
l’esempio, con la parola e l’azione all’affermazione di quei principi di
dignità, di giustizia e moralità che dovevano rimanere orgoglio e vanto di
giovani formatisi alla scuola del dovere e del sacrificio, così da diventare
uomini di carattere, assertori coscienti di autentici
valori cristiani. Se ai nostri giorni troviamo ancora qualche rimasuglio di
quella generazione e andiamo a scrutare sul suo operato
nelle attività sociali, politiche, amministrative, troveremo il marchio di
don Pietro che aveva inculcato l’onestà, l’altruismo, il rispetto della
persona, l’intransigenza nell’ambito della giustizia, valori che, qualcuno,
superficiale, in una società molle e passiva, può scambiare anche per…
orgoglio, ma che sono rimasti retaggio di quella dignità che i giovani di A.C. di don Pietro hanno conservato. Don Pietro è stato
l’anima di San Bonifacio. Tutte
le attività del paese sono sorte per il dinamismo, la sagacia, l’impegno, la
capacità di sacrificio di don Pietro: dalla scuola di disegno, che
nell’ultimo anno di don Pietro conterà 186 allievi, alla banda musicale;
dalla filodrammatica, attivissima, alle squadre di calcio; dall’Azione
Cattolica agli Esploratori e ai chierichetti; dal cinema alla buona stampa;
dalla costruzione del teatro alla chiesa di San G. Bosco,l’ideatore, il fondatore, l’anima di ogni cosa era sempre
lui, don Pietro.
1946 :
Gruppo di chierichetti della Parrocchia di San Bonifacio,
1° classificato al concorso intervicariale di Cologna
Veneta.
Foto
8 1934
Leggendo ciò, qualcuno
penserà a un sacerdote chiuso nel suo oratorio
innamorato delle sue attività, che non lascia spazi ad altro; no, don Pietro
era sacerdote dal capo, pressoché rasato alla punta delle scarpe scalcagnate: le lunghe ore mattutine nel confessionale,
l’assistenza all’ospedale e alla casa di riposo, (quando a San Bonifacio non c’era ancora un sacerdote addetto), la
visita agli ammalati, entravano nel suo quotidiano impegno. Conosceva tutte le
famiglie e tutte le miserie del paese; non c’era un
dispiacere, un contrasto, una disgrazia, un lutto dove don Pietro non fosse
presente con la parola di conforto e con l’aiuto materiale. Aveva anche
fondato Mi piace riferire un
fatto che scolpisce bene la figura di questo prete. Un giorno si presenta un
giovane, non dell’Azione Cattolica, ma componente
della banda musicale, parla a lui con un certo affanno, scoppia in lacrime,
poi incoraggiato da lui, confessa: “ho messo incinta la mia fidanzata”,
seguono momenti d’imbarazzo, poi don Pietro sbotta: “ Siete giovani senza
carattere, senza forza di volontà, lontani dai sacramenti, facile preda di
ogni debolezza umana”. Si placa, torna sereno: “Hai una stanza tutta per te?”
“Si” “Sta bene, prima parla con la tua fidanzata, sabato pomeriggio prendi un
carrettino a mano e con qualche amico vai da G. Z., ti darà un letto a due
piazze con materassi e due comodini, poi va da G. C. che ti
darà un armadio e due sedie; confessati, poi vieni in canonica per le
pratiche di matrimonio che io celebrerò”. E non era soltanto il nostro paese a godere
dell’attività di don Pietro. Quale assistente, e io allora presidente, della
sottofederazione di Azione Cattolica di S. Bonifacio, durante l’autunno e l’inverno, con tempo
spesso da lupi, si andava a fondare dove non c’erano, organizzare o visitare
i circoli cattolici delle parrocchie dei vicariati di S. Bonifacio
e Montecchia che sinceramente ci invidiavano un
uomo così impegnato nel suo servizio sacerdotale. Anche
per i vicini paesi, infatti, egli fondò a S. Bonifacio
Il successo di quelle
conferenze fu straordinario se si pensa che il teatro registrava sempre il
tutto esaurito (circa 300 posti) e che pur lasciando libero a tutti l’ingresso alla platea, per accedere alla loggia
si doveva ricorrere ad un tesserino che si acquistava per una somma
equivalente a L. 30.000 attuali e che dava diritto
a partecipare a tutte le lezioni e in caso di impedimento si poteva
trasferire a qualche familiare. Quel successo oggi può anche essere
comprensibile, ma allora erano tempi difficili, quando l’unica voce libera
era quella del partito unico che attraverso la stampa, la radio, le oceaniche
parate, tendeva a quell’appiattimento della società
che è proprio dei regimi totalitari. La Scuola di Cultura di don Pietro
costituì per oltre un decennio un avvenimento di
eccezionale valore religioso, morale e sociale capace di entusiasmare la
popolazione di ogni ceto e di ogni credo politico e religioso. L’incontro del
martedì era diventato come una boccata di ossigeno,
come una ventata di libertà che ti faceva sentire persona in mezzo a gente
che, oltre al grano, sembrava aver portato all’ammasso anche ogni sua
dignità. Si dice
che fosse un uomo dalle mani bucate e penso che si dica il vero. Nella sua
amministrazione, di ordinato c’era solo il borderò
del cinema, tutto il resto era concentrato nelle sue immense tasche dove col
breviario si trovava di tutto, denaro compreso finché resisteva, poi don
Pietro faceva i classici salti mortali. A chi gli faceva notare che era bene
tenere una registrazione, rispondeva: “ Io metto tutto in tasca, poi quello
che non va in farina, va in crusca”. Forse non facevano così
anche un don Bosco e un don Orione, santo della
provvidenza? Che per caso non ne sia passato uno accanto a noi senza che ce ne fossimo accorti? Voglio concludere
questo sintetico ricordo di don Pietro con un fatto che si ripeteva quasi
tutte le sere, meglio le notti. Dopo una giornata iniziata con Osservava come procedeva
il lavoro, faceva le sue osservazioni, poi si sedeva fra le quinte a
terminare il suo breviario. Ogni tanto, preso dal sonno si piegava sul libro,
allora si alzava, camminava un po’ e ritornava a sedere fra le quinte. Questo forse è stato il
nostro peccato: abbiamo trascurato tra le quinte del tempo, questa, per noi
giovani di allora e per San Bonifacio, quasi
leggendaria figura di sacerdote che ci aveva amati
dando la sua vita.
La mia attività esterna
era l’Azione Cattolica, a 14 anni pur essendo ancora aspirante l’assistente
mi chiamava alla scuola di cultura (effettivi si diventava a 15 anni) mi
ricordo che ho partecipato alla gara annuale sotto il nome di Ghellere Fulvio che per essere un ferroviere non poteva
ne prepararsi ne essere disponibile nel giorno
fissato per gli esami, ottenemmo un grosso risultato a carattere diocesano. A 15 anni sono
entrato effettivo e fui subito chiamato a ricoprire
la carica di segretario, a 18 anni ero Presidente e assunsi anche Organizzavamo tutti i
circoli nelle parrocchie del Vicariato di Montecchia
e di Sambonifacio. 1929 Faccio il militare e poi
alla visita vengo riformato perché mi era comparsa
l’ernia inguinale destra poi operata. Arriviamo così al 1930 quando il Fascio guarda alla A.C.
come un’organizzazione concorrente, i dirigenti locali mi invitano (data la
mia pratica organizzativa ad assumere la Cinturia
dei Giovani Fascisti; pongono la condizione che io abbandoni l’A.C. io resisto si muovono i dirigenti di Verona, ma io
faccio osservare che con i Patti Lateranensi del
1929 era sancito che non Vi era nessuna incompatibilità tra A.C. e il Fascismo. Mandano le carte a Roma e la
risposta è: o una o l’altra. Io resto nella mia posizione e Fascista non ci
diventerò più, questa mia decisione mi procurerà delle noie in seguito.
L’azienda continua, nel
marzo 1930 un nostro concorrente abbandona il mercato di Arzignano
e lo prendiamo noi, mio padre lo vorrebbe frequentare ma
non ce la fa, fare la strada in bicicletta km 22 per portarsi la merce sulla
piazza quindi viaggio di ritorno. Ad Arzignano
avevamo un magazzino in affitto e per rifornirlo della merce, prendevamo a noleggio
un carretto a cavallo o asino ( allora non c’erano camion di media o piccola
portata, poi sarebbe stato un lusso non conveniente economicamente). Quindi
pur non piacendomi fare l’ambulante (lavoravo 12 ore al
giorno in bottega più volentieri) l’ho fatto per 20 anni; poi mio fratello
Mario nel
Foto
5 Giuseppe
e MATRIMONIO 20 anni e non militare.
Qualche ragazza mi cominciava ad interessare, le guardo
passare. Nel mio cortile, una casetta rifatta da una stalla viene abitata da una famiglia madre e figlia, la prima
pensionata la seconda esercitava la professione di magliaia, provengono dalla
Svizzera e per noi sono rimaste le svizzere. Una ragazza che abitava
dopo il cimitero con un po’ di terreno agricolo, il padre andava allo
zuccherificio e nei ritagli di tempo con le figliole governava anche i pochi
campi, la secondogenita delle figliole viene a far pratica da magliaia dalle
svizzere, per cui c’era la possibilità d’incontrarsi
facilmente, di osservarsi, di farci qualche pensierino e la fantasia ha
cominciato a galoppare, le altre osservate hanno perso interesse. Il tutto
senza mai parlarsi né con questa né con quelle (chi si sognava di avvicinare
una ragazza?). Finalmente dopo lunghe
meditazioni, prendo la decisione e scrivo a questa sig.na Pia un bigliettino
chiedendole d’incontrarla. La risposta è molto nebulosa comunque
positiva, una domenica mentre tornava dalle funzioni in chiesa con le sorelle
mi affianco a loro e a lei e così incomincia un colloquio che durerà per
tutta
foto 7 - 7/1/1935 matrimonio
1936 Ogni sera avevo l’A.C. o al mio paese o nelle parrocchie della mia
sottofederazione, la domenica insegnavo FASCISMO Incomincia l’attacco del Fascisti: per qualche mese chiudono l’oratorio,
vengono a fare l’indagine nei Circoli Cattolici portano via verbali e carte
varie, vengo chiamato a Verona per rendere conto dell’attività clandestina
della nostra associazione, ma oltre a una minaccia nei miei confronti non hanno
fatto. In paese invece hanno tentato la intimidazione,
ogni sera una squadra di giovani Fascisti girava per il paese, qualcuno
m’informava che cercavano me, ma non mi affrontavano mai. Il Vescovo di
Vicenza mons. Rodolfi faceva informare (io e il
dott. Roveggio di Cologna
eravamo fuori provincia rispetto a Vicenza) qual’era la nostra posizione, sapevamo di essere
nella lista nera, il dott. Roveggio una domenica
sera lo arrestano ma dopo qualche giorno lo rilasciano. Mio fratello Bruno
terzogenito fa il salumiere presso
1950
Giuseppe e Un ricordo molto vivo è
rimasto di quei tempi: un giorno io sono assente e mia moglie con quattro
figli è costretta a fare la fila per avere il latte e sapendo che molti altri
in condizioni molto più leggere delle sue avevano il
latte con più facilità, in quella snervante attesa esprime giudizi critici
sulle autorità. Alcuni riferiscono al Segretario Politico il quale ordina al
maresciallo di portare in caserma mia moglie. Io torno a casa, mi riferiscono
e vado dal Segretario Politico Reggiani e, presenti le sue segretarie, chiedo
il motivo e lui risponde che le frasi di mia moglie erano da mettere in
relazione con tutta una mentalità politica famigliare di spirito
antifascista. Io respingo le accuse e
ribatto che non essere fascisti non vuol dire essere anti
Italiani perché io ho sempre rispettato l’autorità costituita. Lui ha un
gesto violento e si alza in piedi minaccioso, poi si
siede e scrive un biglietto che io porto al Maresciallo e accompagno a casa
mia moglie. Il Dr.Reggiani
si è buttato poi con una squadra da lui capeggiata a
stanare i partigiani; ha fatto uccidere la madre di un partigiano perché non
ha voluto o non sapeva dire dove si trovasse il figlio. Qualche mese dopo nella
sua residenza estiva di Ferrara di Monte Baldo sarà ucciso da un gruppetto di
partigiani. Foto
8/1
foto 8/2 - 1939 LA GUERRA Mio fratello Mario, che
lavorava con me ed era della scasse 1914 è stato richiamato nel 1939 per i
movimenti dell’Austria dove trovò la morte il
Presidente Dalfus per opera delle forze naziste. Da allora fu sempre
militare fino al giorno in cui fu ferito in Libia e
fu rimpatriato in Italia; è tornato a casa in convalescenza e poi richiamato
ai servizi sedentari in Alto Adige da dove l’8 settembre 1943 si eclissò come
tanti e tornò a casa. Dopo poco tempo, (con
Graziano C.S.M.) con quelli della classe 1914 vennero
reclutati anche quelli dei servizi sedentari e quindi dovevano presentarsi a
Verona e scegliere: o la contraerea o Conseguenze: ogni volta
che avevano bisogno di personale (si trattava di lavori vari come
bombardamenti alle ferrovie o lavori inutili come lo scavo anticarro a Montebello ecc.)dovevo presentarmi ad evitare un
probabile controllo in casa o in laboratorio e poi regolarmente mi eclissavo;
però tutte le attività esterne erano di mia competenza. Io sono stato richiamato
il 27 settembre 1942; ho fatto un mese a Bressanone poi sono stato congedato
perché avevo quattro figli.
Foto
9 25/10/1942 Giuseppe militare
PERICOLI I bombardamenti di giorno
e di notte non erano sempre da prendersi a cuor leggero: un giorno di mattina
inoltrata un bombardamento alla Ferrovia che dista un chilometro esatto
dalla mia abitazione, ha sollevato un pezzo di binario che è arrivato a rompere
il cornicione della scuola e cadere nel mio cortile. Il viaggiare era estremamente difficile; ho avuto delle avventure notevoli
per ferrovia e sulla strada in bicicletta. In treno per Udine,
la prima notte fermi a Mestre per incursioni aeree, il giorno dopo fermo a
Udine (io dovevo proseguire per Brenzano). Trovo da
dormire in una famiglia privata, il giorno dopo parto e arrivo a Brenzano e il treno si ferma
oltre la stazione e l’unico modo per raggiungerla è camminare attraverso i
binari molto sconnessi. Prendo una bicicletta a
noleggio e mi porto per gli acquisti di sedie a S. Giovanni al Natisone e Corno di Rosazzo, da
questo fornitore non posso avere alloggio perché si trova nel mirino delle
Brigate Nere e ottengo di dormire in un Alberghetto quasi per carità. Alla notte un aereo e uno
schioppettio a terra mi hanno
un po’ impaurito. Al mattino riprendo la bicicletta per Brenzano
per riprendere il treno e una palazzina vicino alla
stazione non c’è più, è stata bombardata e non riesco a capire da chi. La
poca gente che si vede è impaurita, c’è un movimento indescrivibile di camion
di tedeschi, di camionette e moto che vanno in tutti i sensi. Per
fortuna non si fermano e raggiungo l’interno della stazione ferroviaria. Il
capo stazione e i pochi addetti mi domandano perché mi trovo lì, come ho
passato la notte, cosa ho visto per strada. Io rispondo che devo arrivare a Udine però bisognava uscire da quel tafferuglio e poi
prendere il treno, secondo loro erano tutti sospesi. Per prima cosa cercano
di mimetizzarmi in mezzo ai bagagli e si mettono a parlare tra loro facendomi
capire che mi trovo in una situazione tragica (lo capisco anch’io). Fermarmi
è estremamente pericoloso e partire non si può. E’ passato un po’ di
tempo e intravedo dal mio nascondiglio il capo stazione che esce per parlare
con tre gerarchi accompagnati da due tedeschi e questi si allontanano senza
entrare in stazione. Non so quanto tempo è passato ma finalmente il capo stazione mi chiama e mi dice
che sta arrivando il treno merci diretto ad Udine. Mi domanda se sono
disposto a sporcarmi un poco per apparire un fuochista, mi levo la giacca e
la metto in valigia, ne indosso una delle loro, mi forniscono
un berretto ed appena arriva il treno merci vengono informati i due
conducenti che mi fanno salire con loro e arrivo ad Udine.
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10 - 19/9/1944 Monteberico Braggio,
IN BICICLETTA Il martedì di ogni settimana dopo il mercato di Arzignano
andavo a fare degli acquisti a Chiampo di legname o
a Vicenza di ferro o a Ponte di Barbarano da un mio
collega per scambiarci degli articoli per la produzione di difficile
reperimento. Quel martedì sono andato per lo stesso motivo a Valdagno , dopo una decina di
chilometri sulla via del ritorno in un percorso un po’ in discesa su
una strada un po’ elevata sulla campagna di circa 150/200 metri d’ambo
i lati con qualche casa padronale molto rara e un passaggio di macchine quasi
nullo. Ad un certo momento sento il rumore di un motore che mi sembra un
camion, mi accosto ancora più a destra e quasi istintivamente volgo lo
sguardo a sinistra per seguire il sorpasso della macchina e con mia grande sorpresa e paura scorgo l’ala di un aereo; nello
stesso istante mi sorpassa a grande velocità una macchina scoperta di
ufficiali tedeschi e in una frazione di secondo, abbandono la bicicletta , mi
butto sulla scarpata e finisco sul terreno della campagna; contemporaneamente
una scarica a ripetizione di mitragliatrice colpisce la macchina tedesca.
Alzo gli occhi e seguo l’azione dell’aereo il quale fa un giro sulla mia
destra, mi rifugio su uno di quei “V” che i tedeschi facevano fare lungo le strade nella campagna per non rimanere
scoperti; la macchina colpita intanto sta per entrare in un cortile con
portico sulla sinistra, ma l’aereo riesce a colpirla ancora, io vedo molto
sangue poi l’aereo si allontana. Un po’ impaurito mi alzo e salgo la scarpata, raccolgo la bicicletta, che è
rimasta intatta, attorno alla quale però raccolgo ben 16 bossoli di
mitragliatrice che ho portato a casa per ricordo. Passando davanti al portico
ormai chiuso dove era entrata la macchina mi sono
fermato ed ho chiesto a qualcuno la situazione dei tedeschi e mi è stato
risposto che uno era morto e gli altri due erano gravi. FINE DELLA GUERRA Era impressione ormai
diffusa che la guerra non potesse essere vinta dai
nostri alleati e quindi la fine non poteva essere lontana. Per iniziativa dei
cattolici si comincia ad interessarsi del dopo e si prendono i primi
contatti, si prende visione molto cautamente di altre
formazioni e anche noi ci si organizza per il C.N.L.
(Comitato Nazionale Liberazione). Per Il giorno tanto atteso è alle porte preceduto da un confuso fuggi fuggi dei tedeschi (le case sono chiuse) che sono alla
ricerca di mezzi di trasporto, soprattutto biciclette. La notte del 24 aprile
1945 è un martellamento di bombe e granate da parte Americana (un uomo
–Silvio Ceola- rimane ucciso) fino a mezzogiorno
del 25 aprile. Nel primo pomeriggio veniamo informati dell’arrivo degli Americani, ed essendo io il
più vicino, vado in Municipio (Burato abita
a Parliamo un poco in
Italiano, quindi fa un cenno di partire e mi raccomanda (ci crede dei
Partigiani) di non sguarnire la valle dell’Alpone e
del Chiampo finché avanzavano verso Vicenza sulla
strada nazionale, mi fa portare tre prigionieri tedeschi e me li lascia in
consegna. La gente comincia a
sfollare e non vedo a chi possa chiedere aiuto,
scendo le scale pensando come provvedere immediatamente ad alcune incombenze. Davanti al Municipio
trovo schierati tre motociclisti con fucili, cartucciere e giacconi in pelle o finta, sono: il Piola,
“Sartori” e “Archimede”. Tutti disponibili a
fare la guardia allo zuccherificio e ai depositi di gomma lasciati dai
tedeschi, li ringrazio e dico di attendere. Immerso in tanti pensieri salgo
il Municipio dove ci sono i tre soldati tedeschi seduti a terra ammanettati,
c’è ancora un gruppetto di gente e non so a che santo rivolgermi, in un lampo
mi ricordo che il santo si chiama Tessari Ottavio,
capitano degli Alpini che, nascosto, teneva i
contatti con gli Inglesi. Lo chiamo, viene, gli
faccio presente che io di armi non me ne intendo e
perciò lui deve occuparsi in prima persona almeno provvisoriamente, Tessari è un amico, buon cattolico e non mi dice di no. Mandiamo a chiamare l’ex maresciallo dei carabinieri Annese e viene con quattro ex carabinieri vestiti come
tali e con i volontari sopra menzionati, si organizza un servizio
d’emergenza. Il mattino seguente verso
le 10 sono in Municipio, prima avevo parlato con Burato che era poi partito per Verona, e si presenta
tutto trafelato Luciano Dal Cero con un telo in spalla perché pioveva (poi medaglia
d’oro della resistenza) mi chiede (pensa che tutti del C.L.N. siano
partigiani) n.10 uomini per la difesa della
nazionale per Vicenza per conto degli Americani, io rispondo che uomini
disponibili non saprei dove trovarli e poi cerco di dissuaderlo dicendo che
gli Americani le raccomandazioni l’avevano fatte anche a me, ma sapendo come
avevano sparato suo mio paese prima di entrare, non avevano certo bisogno di
altro aiuto. Lui si è arrabbiato ed è
partito di corsa, è salito sulla Jeep e dopo qualche ora verrà
ucciso. L’attività del C.L.N. venne regolamentata e riconosciuta fino alle prime
elezioni che verranno nel 1946. Burato fa il Sindaco, i vari partiti nominano alcuni
elementi oltre quelli già membri del C.L.N., a me viene affidata la presidenza del consiglio
di epurazione. Riunisco la commissione per alcune sedute,
una dozzina di persone, ognuno ha delle rivendicazioni da fare contro
elementi di spicco del passato regime. Io capisco che sotto ci sono dei fatti
personali ma faccio capire che i poteri della
commissione sono quelli di raccogliere denuncie e fatti concreti e
trasmetterli alla Autorità Giudiziaria. Loro insistono per procedere
all’arresto di alcune persone: Fiorio,
Parladori, il distributore dei generi di monopoli,
ed altri; faccio presene che fra tutti sono il solo a non essere stato
fascista, non ne faccio una colpa, loro erano dipendenti ma questo non ci
autorizza a usare gli stessi sistemi dei fascisti. Dopo alcune sedute con
discussioni interminabili io mi dimetto da Presidente e da componente
la commissione, loro eleggono Marchetto e fanno fermare Fiorio
mettendolo per due giorni in un’aula della scuola e poi tutto finisce e la
commissione viene sciolta. Io rimango Vice di Burato con l’incarico di commissario degli alloggi, il Sindaco
viene due volte alla settimana (il lunedì va a
Verona) nel pomeriggio fa la giunta, amministra i residuati di guerra ecc.,
ma abita sempre a
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10/a - 1948 Faccio la requisizione di
tutti i magazzini Marzotto, Brena
ed altri posti, organizzo una piccola squadra di
falegnami e muratori e ovunque c’è la possibilità di ricavare un alloggio
appena decente mi batto. Poi comincia la guerra dell’assegnazione. Tutto un lavoro
informativo per conoscere la vera situazione famigliare per fare meno errori possibili, sostenere scontri specie con le
donne, sedare tentativi di tumulti, combinare parenti restii ad accettare
vicinanze o promiscuità. Alla sera il partito D.C.; faccio il primo segretario
politico della zona e della mia sezione che poi il tutto durerà 6 anni. San Bonifacio
diventerà il centro propulsione di tutta l’attività politica dell’Est
Veronese. Mi valgo dell’entusiasmo,
della disponibilità e della cultura dei giovani, per cui
a San Bonifacio e nella Val d’Alpone
la politica si chiamerà Democristiana. Con i giovani Buin, Dalla Mura, Zordan, Trevisoi, Perandin, Bressan, Righetti, scriviamo e stampiamo un giornale “L’Alpone” che va a ruba anche da parte dei nostri
avversari; il mio tentativo di fermare alcune esuberanze ottiene solo
un parziale risultato, comunque nessuna noia e nessun richiamo viene a
fermarci. L’organizzazione delle
sezioni della zona procede molto bene, frutto anche della mia precedente
attività dell’A.C. Le elezioni per la
costituente e quelle per le prime Amministrazioni Comunali (1946) dopo il
ventennio fascista vedono la D.C. stravincere anche a San Bonifacio
dove prima del fascismo il Comune era retto da una Amministrazione
Socialista. Pur essendo Segretario Politico e responsabile nel
presentare le liste dei candidati, io non entro in lista, l’esperienza comunale
dell’anno terribile che chiudevo, mi fa convinto di lasciare ad altri
l’amministrazione che a me bastava l’organizzazione politica. Non è che la
politica mi impegnasse solamente tutte le sere ma le
varie sezioni, le grane dei primi consigli comunali e la partecipazione al
consiglio e la direzione provinciale D.C. mi assorbivano anche le domeniche. Uno dei Comuni che mi ha
impegnato di più è stato San Giovanni Ilarione; mi ricordo di aver riunito
più volte i consiglieri di maggioranza per dirimere controversie con quelli
delle frazioni (Castello) ma quella più grossa
riguardava il licenziamento di un impiegato comunale perché era stato
un fascista molto attivo. Nei vari incontri per una
composizione pacifica ho suggerito di utilizzare l’impiegato non più a
trattare con il pubblico, ma in funzione subalterna,
ma la mia proposta non convinceva nessuno. Volevano il licenziamento in
tronco, ho insistito che non si poteva, allora si
solo alzati e mi hanno rinfacciato che quando andavo loro a parlare per l’A.C. mettevo in risalto il carattere del cattolico ed io
a distinguere la differenza tra carattere e testardaggine. Finalmente l’hanno
ingoiato, ma per loro è sempre stato un rospo in gola. I Comuni che
politicamente comprendevano la mia zona erano, oltre a San Bonifacio: Arcole, Monteforte, Roncà, Montecchia, San Giovanni
Ilarione, Vestenanova; comuni poveri e che allora
non esprimevano persone preparate in grado di emergere in modo da far
decollare il proprio comune. Ho proposto loro di
riunire tutti i sette comuni in una specie di consorzio (che poi sarà
definito “comunità dell’Alpone”) che pur non avendo
valore giuridico costituiva pur sempre una forza morale in modo che ogni istanza di ciascun comune era fatta propria della comunità
e posta come tale all’attuazione dei parlamentari e degli enti
costituzionali. Si è costituita così una
specie di giunta composta dai sette sindaci. Il Segretario del comune di San Bonifacio fungeva da segretario ed io sono stato nominato
Presidente. L’attività cominciata in
sordina ha dato poi risultati che via via si sono
consolidati e hanno dimostrato che anche il volontariato, se c’è buona
volontà e costanza, può dare risultati notevoli come vedremo più avanti. ANNO
1951 L’amministrazione
comunale rinnova la presidenza dell’ospedale di San Bonifacio
e io vengo nominato Presidente Intanto si preparano le
elezioni per il rinnovo del consiglio comunale e quello provinciale per la
prima volta dopo la guerra, col fascismo le province erano state declassate,
rette da un presidente ed alcuni assessori nominati dal C.N.L.
per il periodo 1945-1951 finché è stata varata la nuova legge in
sostituzione di quella provinciale e comunale abrogata dal fascismo. Ogni partito è mobilitato
per approntare le liste dei candidati, l’esecutivo provinciale D.C. convoca i
dirigenti di zona (che approssimati vagamente rispecchieranno i nuovi collegi
provinciali) perché propongano dei nominativi da
sottoporre al consiglio provinciale della Democrazia Cristiana. Da parte mia
propongo il dott. Luigi Trevisoi che essendo
laureato ritengo che possa fare anche l’assessore.
Alla riunione del consiglio provinciale, presenti anche tutti i parlamentari,
i candidati proposti sono esclusi dalla riunione ;
l’onorevole Burato, deputato e sindaco, mi viene da
parte e mi dice che lui non intende più presentarsi come sindaco e quindi il
sindaco lo devo fare io. Memore dell’anno 1945-46, gli rispondo che non sono
né santo, né pazzo e che con sette figli e una azienda
da mandare avanti il sindaco non l’avrei fatto. I parlamentari vicini che già
erano stati informati da Burato
mi domandarono se veramente non volevo fare il sindaco ed io rispondo
decisamente di no. Si riuniscono insieme, parlano
col segretario politico Gonella e mi propongono di
andare al posto di Trevisoi dicendomi che se non
facevo il sindaco sarei andato in Provincia. Burato
si arrabbia ed io, per non peggiorare la situazione dico semplicemente che Burato deve rimanere sindaco fino al 1953 cioè alla scadenza del contratto con la SNAM per il
metano; esco pensando che avrò tempo per prendere una decisione in quanto mi
premeva aver escluso il pericolo di una mia possibile candidatura a sindaco. La provincia è un ente
poco conosciuto anche ora perché non ha contatti diretti col cittadino; mi dicono che sarà un impegno molti modesto e pertanto
diventerò assessore alla provincia che poi vi rimarrò per 5 amministrazioni
fino alla fine del 1975. A San Bonifacio
Burato esclude La mia attività extra
aziendale pende una svolta e la attività
prevalentemente politica diventa prevalentemente amministrativa. Abbandono la segreteria
della mia sezione e quella di zona, conservando la presidenza della Val
d’Alpone, di presidente dell’ospedale e assessore
provinciale. L’ospedale lo trovo che è una specie di infermeria con il dr. Cavarzere che
fa tutto, dal chirurgo al radiologo, ortopedico e otorinolaringoiatra e a
mezzo servizio c’è il dr. Agostinelli, al
mattino in ospedale e al pomeriggio alla 1ª condotta
comunale. Nel giro di due anni
acquistiamo una moderna (per quei tempi) apparecchiatura radiologica
chiamando a dirigerla il primario radiologo dr. Malacarne;
bandisco il concorso per il primario di medicina e lo vince il dr. Apollonio
e facciamo una convenzione con l’otorino e l’oculista per visite
ambulatoriali. Nel frattempo la
tubercolosi regredisce e si svuota il Padiglione Mazzotto. Chiediamo ai parenti e
possibili eredi del donatore Mazzotto già defunto il
benestare per l’utilizzo del padiglione ad altro uso, l’autorizzazione è
totale e allora in consiglio si pone il problema del nuovo utilizzo. L’attrezzatura del
padiglione è buona e dopo una adeguata disinfezione
generale si fa un primo tentativo di casa di riposo per dozzinanti; nel giro
di un anno ci accorgiamo che non è redditizio perché se in autunno e in
inverno è totalmente utilizzato, in primavera ed in estate si arriva a
malapena al 50%. Il nostro obiettivo punta
allora ad un reparto di maternità e ginecologia; prendo contatti con la
maternità provinciale (che dopo pochi anni sarà ceduta all’ospedale civile di
Verona) e mi rendo conto del rischio che affrontiamo
specie dono aver preso informazione nel Veneto e in alta Italia per
conoscere eventuali altri esperimenti – No – nessun ospedale civile aveva il
reparto di maternità e ginecologia ma solo la provincia o le case di cura. Le discussioni in
consiglio si fanno vivaci ma in sostanza non negative; i medici interpellati
in linea generale non lo escludono pur lasciando la responsabilità al
consiglio di amministrazione, mentre a Verona
sono perplessi. Io faccio
un discorso di questo genere: le famiglie patriarcali con la vecchia
praticona capace quasi come la levatrice andavano scomparendo, le nuove
famiglie ormai sono orientate a farsi il nido da sole, ma il grande evento le
mette in imbarazzo e avere per ogni evenienza la comoda possibilità di
ricoverare la puerpera li tranquillizza. Prendiamo la delibera e
nominiamo il dr. Abrescia primario ginecologo, e la
prima maternità in ospedale civile è nata. A distanza di qualche
anno ci seguirà Legnago. Un’ altra primizia: il
primo ambulatorio per malattie mentali e nervose lo apriamo
a San Bonifacio con l’intervento del vice direttore
provinciale dr. Tanfani. Anche
allora ricordo che lo stesso presidente avv. Buffatti
mi disse: “ Stai attento E’ stato un successo
enorme specialmente per la Val d’Alpone. Visto l’andamento del
nostro ospedale il prof. Marini di Modena, essendo
lui veronese, si offre per una o più visite alla settimana aprendo un
ambulatorio pediatrico con alcuni letti annessi al reparto di maternità.
Vista la bontà dell’esperimento si impegna ad
attendere lo spazio per un reparto completo di pediatria che lui avrebbe
gestito. Io lo prometto e lui attende. L’ospedale è lanciato e
bisogna provvedere all’ampliamento; il vecchio era del 1932, costruito con i
criteri di allora e non si prestava all’ampliamento perché era un monoblocco. Il presidente dell’ospedale,
recitava lo statuto, era anche presidente del ricovero e pertanto visto la
struttura vecchio stile del ricovero e considerato lo stato di degrado del
manufatto, si è deciso di abbandonare l’idea di ristrutturalo
e dare il via al progetto del nuovo ospedale impegnando i due consigli che
fatto il nuovo ospedale, il ricovero sarebbe passato nel vecchio ospedale e
si sarebbe alienato il vecchio ricovero. Il consiglio
dell’ospedale parte in quarta, il segretario Anti si impegna in modo encomiabile, viene nominato progettista
l’ing. Lissandrni e l’aiuto ing. Agostinelli; appena pronte le bozze andiamo a Milano
dall’arch. Rossi specialista in struttura ospedaliera a chiedere lumi e
apportare le parziali modifiche; portiamo i progetti a Roma all’Alto commissario
della sanità, fatte le piccole aggiunte per ottenere il finanziamento, il
tutto nel giro di un anno e mezzo. La Cassa depositi e
prestiti approva l’impegno di spesa per tutta l’opera e ci comunica il primo
stato di avanzamento dei lavori che mi pare sia
stato di 50 milioni di allora (1958). Nel frattempo il
presidente dell’ospedale di Soave, Mussati, mi avvicina per farmi la proposta
di abbandonare il progetto e ubicazione per studiare una soluzione per accorpamento dei due ospedali da farsi in quel di San
Lorenzo. Forse ho una colpa: gli faccio capire che ormai mi trovo in una fase
avanzata e che la sua proposta mi avrebbe portato a mettere in forse il
finanziamento e quindi la realizzazione. Informo il medico
provinciale dr. De Marco ma questi pur consigliando di attendere, non dà
nessuna garanzia dei tempi occorrenti e il suo impegno mi è sembrato poco
deciso e pertanto io ho proseguito per la mia strada.
1954
1956
PROVINCIA
1951 La prima giunta sarà
composta dal presidente avv. Buffatti, ing.
Arduino, ing. Polettini, avv. Cavalla, dott. prof. Cevolatto primario dell’ospedale di Verona, avv.
Mirandola, dott. Vicentini attualmente giornalista
della RAI, Il mio primo incarico
sarà all’assistenza (malati di mente e contribuzione da parte dei parenti).
Poi avrò i servizi economici, quindi il patrimonio e alla fine i lavori
pubblici. In questi 25 anni di attività (primavera
1951 autunno inoltrato 1975) ho avuto modo di svolgere una notevole attività
che sarebbe difficile e quasi sciocco andarla a rivangare. Mi basta solo
ricordare quella inerente alla mia posizione di
presidente Tra i vari
parlamentari quello che appoggia con più autorità e impegno è il sen. Gonella.
Gli incontri sono vari ma le richieste da
tutta Italia sono tante. Nel giro di qualche anno riesco a far
includere la strada dell’Alpone nel primo lotto
delle strade da provincializzare. Il respiro dei comuni è enorme perché la Provincia non solo provvederà al rifacimento del manto
stradale, ma ne assumerà la manutenzione totale e permanente nel tempo.
1954 Patirò un esaurimento che
pur senza limitare le mie attività, mi logora e per anni, con i primi caldi,
devo andare per 15 giorni in montagna per rimettermi in sesto.
Foto
11 - 1956 Cesuna
foto 12 - 1956
foto 13 - 1956 1956 (4 dicembre) Il Parlamento approva la
legge che istituisce le mutue a carattere provinciale per tutti gli
artigiani. Nel 1957 si procede alla elezione dei
delegati comunali alla Cassa Mutua Artigiani (io sono a Cesuna)
quindi non partecipo. Gli artigiani mi eleggono delegato con altri colleghi,
a Verona i 400 delegati eleggono il Consiglio che resterà in carica 4 anni.
Dal consiglio vengo eletto presidente e così sarà
per i 15 anni che seguiranno fino al 1980. Con la riforma sanitaria vengono a
cessare le casse mutue da Roma vengo nominato
Commissario per un anno e quindi liquidatore della Cassa Mutua Artigiani di
Verona onde consegnare tutto l’operato,registri,verbali, situazione
finanziaria, documenti che riempiono una stanza che verrà sigillata e presa
in consegna dal dott. Rocco Crisci dirigente provinciale
del ministro del tesoro. La sede nostra sarà trasferita alla
U.S.S.L. 25 di Verona. È stata un’esperienza meravigliosa, gli
artigiani che si amministrano la propria salute, si autotassano
e riescono a darsi un’assistenza che farà invidia ad altre categorie e specie
all’I.N.A.M.. L’impegno
dei consiglieri, l’entusiasmo dei delegati nelle due assemblee annuali è
semplicemente commovente, i primi tentativi di opposizione per ragioni
politiche vengono subissate. L’ultima assemblea dove si sono premiati i più
zelanti e si è fatto un consultivo generale ho
potuto affermare che i 23 anni della Mutua rimangono un fatto storico che
copre una generazione ed ha messo in luce un’esperienza che sarebbe colpa
imperdonabile se lo stato italiano non ne facesse tesoro. La
riforma sanitaria almeno fino ad oggi ci ha dato ragione e tutti gli
artigiani ne rendono testimonianza. 1958 La mia posizione sociale
è ad un bivio: la Provincia che ormai mi assorbe il lunedì, il pubblico il
pomeriggio del mercoledì, la giunta, alcune ore del venerdì per approntare e
firmare le pratiche. L’ospedale di San Bonifacio,
la Valdalpone non è molto e ora
1962 Comunità dell’Alpone: a Roma per l’interessamento di Gonella si matura la richiesta del contributo per la
strada, a noi viene fatta la comunicazione dello
stanziamento di 300 milioni di lire, alla Provincia (la strada è della
Provincia) l’autorizzazione di eseguire i lavori con il finanziamento
deliberato di 300 milioni. Il presidente della Provincia è l’avv. Gozzi prima
mi parla del suo proposito e poi lo porta in giunta
come proposta informale e dice: “Dal momento che i lavori sulla strada dell’Alpone sono stati fatti a spese della Provincia, pertanto
il finanziamento dello Stato lo dirottiamo in un’altra zona” e fa i nomi di
altri lavori dove impiegare Faccio presente ai
colleghi che non conoscono la nostra zona che la strada dell’Alpone non finisce a Monteforte
bensì a San Bonifacio. Gozzi è
una persona intelligente, capisce dove intendo arrivare, fa un tentativo per
far capire che non si tratta più di strada, ma di manufatti costosi, sui
quali passa
Foto
14 - 1968
foto 15 - 1968 Il progetto va in porto,
il preventivo di spesa è superiore al contributo dello Stato, ma io insisto
che bisogna cominciare l’opera, le difficoltà burocratiche poste dalle FFSS e
dall’ANAS, i nostri funzionari riescono a superarle, quelle dei privati per
gli espropri mi occupo io. Finalmente l’opera inizia, affidata alla Veneta
Scavi, dopo la struttura principale che è quella più rischiosa e più
impegnativa c’è un periodo di sosta. Sono finiti i 300 milioni dello Stato.
La Provincia deve fare un mutuo per altre opere, io riesco anche a farvi
entrare il nostro cavalcaferrovia, così che dopo
pochi mesi i lavori riprendono e il cavalcaferrovia
si completa. È aperto senza clamori, ma la popolazione ha finito l’attesa
davanti alle sbarre della ferrovia e alle 4 Strade e il collegamento con la
Val d’Alpone è diventato piacevole così che si è
incrementato il turismo e la valle ha avuto uno sviluppo insperato. Qui abbiamo l’inserimento
del racconto della vicenda del grattacielo di San Bonifacio
scritto a parte il 3/3/988
IL GRATTACIELO 1959 Finite le due ali del corso Italia sullo sfondo giunge in Comune un progetto
redatto da una società Veronese di tecnici per conto della “Minerva Radio”,
rappresentata da un socio e dal sig. Polo che possiede la licenza di vendita,
il progetto consiste in una Torre alta circa 13 piani da adibire al piano
terra a negozi, il primo ad uffici e i rimanenti con circa 20 appartamenti. Il Consiglio su proposta dell’ufficio tecnico del Comune dopo varie
perplessità lo approva. I lavori per l’esecuzione
vengono affidati all’impresa Edilbeton
sotto la direzione dei lavori dell’ing. Zoppei
coadiuvato dal sig. Luigi Mosele di San Bonifacio. I lavori procedono
abbastanza celermente e nel giro di due anni si arriva al coperto. Da quel
momento inspiegabilmente il cantiere si chiude e cominciano le varie
dicerie sui motivi di tale arresto dei lavori, si viene a
intuire di contrasti tra società, impresa e direzione lavori. La controversia passa
all’ordine degli Ingegneri di Verona che ordina una perizia da parte di una
commissione all’uopo designata. Lo stesso ordine ricevuta la relazione non sa se presentarla alla
magistratura, dopo aver constatato le responsabilità ed aver tentato qualche
approccio per una amichevole composizione. “Il cane non mangia cane” Tra ingegneri si evita Egli fa parte come
consigliere del P.C.I. del Consiglio Provinciale e alla fine di una seduta
(io ero assessore) mi si avvicina (forse imbeccato dall’Avv. Buffetti) mi
parla della vicenda e mi domanda se accetterei d’incontrare li interessati per comporre la vertenza, accetto con
riserva e mi consegna il malloppo (relazione) che conserva nella borsa. 1965 Non perdo tempo chiedo al
sig. Polo se accetta la mia mediazione, chiede al suo socio di Milano
l’intervento oppure una delega scritta, passo all’ing. Zoppei
chiedendo se vuole indicare una sua persona di fiducia per trattare il caso,
lui accetta immediatamente la mia mediazione (meno persone vengono
coinvolte meno chiacchiere si fanno) Avuta l’autorizzazione della Minerva Radio facciamo tre incontri in tre paesi
diversi chiacchiere e pranzo e finalmente ritengo di avere gli elementi
sufficienti per chiudere la vertenza. Chiedo all’avv. Franchini che in Provincia è
nella mia divisione, una scrittura di comodato con precise norme di legge che
impegnano i contendenti a rispettare senza indicare cifre di sorta, in un
pomeriggio di domenica a casa mia faccio firmare in tre esemplari l’impegno
scritto, consegno a Polo e per conto del suo socio l’assegno …. Ognuno avrà
la sua copia e la controversia viene sanata. Nel giro di poche
settimane la ditta appaltatrice con propria direzione lavori riprende la
costruzione del grattacielo, seguendo le norme suggerite dalla relazione tecnica,
e in due anni nel 1968 viene inaugurato. 1963 La mia famiglia subisce
un trauma, mio figlio Gianni, il primo, sacerdote stimatino, in una domenica di ghiaccio, 13 gennaio, (con
quattro confratelli si dividono alcune parrocchie nella zona di Villafranca, onde aiutare i parroci nel celebrare la
Messa e provvedere alle confessioni), hanno subito un incidente sulla strada
dove rimangono feriti. Trasportati all’ospedale di Verona,
quattro dei cinque occupanti, non ce la faranno a superare le ferite riportate
e nostro figlio morirà il giorno 16 gennaio 1963. il
fatto rimarrà scolpito nella mente e nel cuore di tutti noi e ci accompagnerà
finché vita avremo.
Foto
16 - Dicembre 1947
foto 17 - Maggio 1936 Gianni
foto 18 9/9/1952 don Gianni con
1968 Elezioni politiche: la
mia posizione politico-amministrativa e la categoria degli artigiani che
fanno pressione, pongono all’attenzione dei dirigenti provinciali della
Democrazia Cristiana l’eventualità di una mia possibile candidatura alle
elezioni politiche. Io non so niente anche perché l’interessato è sempre
l’ultimo a sapere, nel mio caso poi data la mia avversione ad occupare un
posto dal quale la mia esperienza mi diceva che a
Roma non si conta. Il mio temperamento poi portato a fare le cose dove posso essere protagonista, non si confaceva ad arrischiare
e conquistare un posto dove sarei stato semplicemente un numero.
Intanto il Consiglio
provinciale della DC nomina la commissione incaricata di scegliere i
candidati per le elezioni stesse. In quei giorni a Roma c’è stata
un’assemblea dei presidenti delle mutue, nel mio viaggio di ritorno incontro nella stessa carrozza l’avv. Mirandola, entro nel
discorso sapendo che fa parte della commissione, gli dico che ho subodorato
alcune voci nei miei confronti, naturalmente non posso rinunciare ad una cosa
che non ho, lui dice che la commissione non si è ancora riunita e non sa
niente. Data l’amicizia che ci lega lo prego qualora
ci fosse qualche spinta nei miei confronti, mi informi in modo che io corra
ai ripari, manifestandogli (lui mi conosce) la mia assoluta avversione ad
un’eventuale candidatura. Non sento più parlare, passano alcune settimane e
nello stesso giorno in cui il segretario politico mi invita
a Verona a firmare la candidatura, nell’Arena viene pubblicata la lista dei
candidati del mio Comune. Nel pomeriggio con gli amici
Colla, Pasini e altri mi presento alla sede
di Verona dove sono invitato, dopo un’accesa discussione perché firmi la
lista, io mi rifiuto. Tornato a casa comincio ad avere contatti e ricevo
telefonate di compiacimento, avverto anche una certa indifferenza da parte di alcuni democristiani che appartengono ad un determinato
indirizzo e questo mi convince maggiormente che ho fatto bene a non firmare La loro passione però, il
loro entusiasmo sono tali per cui il non cedere
significava un tradimento. Firmo la candidatura non senza recriminare contro
Mirandola e il Partito che non m’avevano avvertito
prima di dare alla stampa il mio nome senza la mia approvazione. La mia campagna
elettorale è all’insegna dell’indifferenza, gli Artigiani e gli amici si
danno da fare ma i risultati saranno quelli
previsti. Per me è stato comunque un successo
insperato, oltre 24 mila voti, ne bastavano pochi in più per riuscire, ma ad
una riunione molto numerosa dove molti hanno denunciato il boicottaggio di
qualcuno io gli ho tranquillizzati, che la colpa era soltanto mia perché non
mi ero impegnato e perché deputato non mi ci vedevo. (Potrei
fare i nomi e i metodi usati nei miei confronti ma li tengo solo per
me). 1970 PRIME
ELEZIONI REGIONALI Gli Artigiani, gli amici
tornano alla carica mi fanno capire che hanno fatto esperienza
e che il posto in Regione era più utile alla categoria, alla quale avrei
potuto portare un contributo maggiore, avevano ragione. Io pensavo, ma non lo
dicevo, che veramente per la mia mentalità, per la mia
esperienza amministrativa alla Regione non sarei stato un numero. Però
resisto, capisco che sbagliavo la seconda volta, se avessi
resistito due anni prima a non fare quella amara esperienza questa
poteva essere la volta buona. Sia pure a malincuore per il dispiacere che arrecavo ad amici ed estimatori rimango irremovibile nella
mia decisione negativa.
Dalla Provincia il
presidente Tomelleri passa alla Regione dove farà
il presidente, io rimango l’assessore anziano e in
attesa della nuova Giunta di cui io farò parte per la 5° volta, assumo per
legge la funzione di presidente F. F. I giochi politici vanno come al solito per le
lunghe ed io rimango per cento giorni ad amministrare con E’ stata un’esperienza
notevole perché tutta l’attività sia pure ordinaria bisognava farla, tutti i
lavori già deliberati bisognava portarli avanti e la
rappresentanza ufficiale dell’Ente la dovevo assolvere. Il 12 ottobre
1970 presiedevo il primo consiglio Provinciale dove sarà eletto il nuovo
presidente dott. prof. Zanotto e la nuova giunta, nella quale assumerò l’assessorato dei Lavori
Pubblici con i quali chiuderò la mia carriera Provinciale. Alla Provincia le
disponibilità finanziarie vanno sempre più scemando, Il progetto viene discusso in giunta nulla da eccepire per quanto
riguarda la bontà dell’opera ma il punto dolente rimane il finanziamento. Siamo
ormai ai primi del 1974 facciamo
un preventivo per l’ultimo anno, la ragioneria ci fornisce la situazione
finanziaria con una disponibilità di L. 900 milioni
circa da far fronte a tutte le richieste. Le pressioni sono tante
le discussioni pure, alla fine prevale la tesi che solo 2 lavori sono
possibili ancora e questi si trovano a due estremità della provincia e cioè: la circonvallazione di Grezzana
e quella di Sambonifacio che diventa il
completamento della Colognese. La delibera di
giunta passerà in Consiglio Provinciale quindi al Comitato di Controllo, poi
il mutuo, intanto chiediamo una delibera del Consiglio Comunale di Sambonifacio che ci perviene favorevole con 16 voti
favorevoli 2 astenuti 2 contrari le minoranze
(sindaco ing. Zoppei) in data 3/4/1974. I nostri
funzionari provvedono agli espropri dei terreni occorrenti che vengono tutti concordati in via amichevole, con le tariffe
della piccola proprietà contadina. Una
delle mie ultime aste per l’assegnazione dei lavori sarà proprio la Grezzana e il
raccordo della Colognese con la Valdalpone,
quest’ultima viene assegnata alla Veneta Scavi. 1975 ELEZIONI
COMUNALI - PROVINCIALI - REGIONALI La mia attività
Amministrativa Provinciale sta esaurendosi, vuoi perché sta
venendo meno il mio entusiasmo, vuoi per l’aggressività delle minoranze che
frappongono sempre maggiori ostacoli all’azione operativa della Giunta e
della maggioranza. La mia mentalità amministrativa era ferma al dopoguerra,
con la quale giudicavo la funzione piena e responsabile della maggioranza sul suo operato, funzione di critica e di stimolo per A Sambonifacio
sono entrato in lista per le comunali allo scopo, se il Partito era
d’accordo, di fare il capogruppo consigliare, col proposito di misurarmi con
le minoranze in difesa dell’operato della Giunta e
del Sindaco. Tutto procede come previsto Il dott. Trevisoi
fa il Sindaco io farò il capogruppo, ma una grossa
sorpresa mi attendeva. La strada di raccordo da me ottenuta e perfezionata in
Provincia non trova d’accordo il Sindaco e l’assessore ai lavori pubblici
arch. Mazzon, fermano Non sto a descrivere la seduta consigliare dove per la prima volta
mi trovo al bivio, creare la crisi nella maggioranza o dimettermi dopo 30
anni di militanza Politico Amministrativa, scelgo la via di mezzo, la
minoranza vota contro la proposta del Sindaco, lascio libero il gruppo
consigliare D.C. di seguire la proposta della Giunta ed io mi astengo non senza
prima aver fatto verbalizzare questa dichiarazione: Il Sindaco non si rende
conto di offrire alla Provincia su un piatto d’argento la somma di L. 400 milioni che faranno la gioia di quegli
amministratori che potranno soddisfare richieste di comuni ben più
intelligenti. L’amarezza che ho provato è stata indicibile, il mio pensiero era dominato soprattutto per aver privato il mio paese di
un’opera tanto necessaria. Con la nuova amministrazione Mazza
il discorso è stato ripreso e dopo otto anni si è realizzato in
forma ridotta il raccordo, fatto a raso, con semafori, chiudendo la strada
per il Cimitero costringendo la visita a un lungo percorso e attraversamento
a raso della strada di grande traffico. E’ stata una soluzione di
ripiego ed è costata al Comune di Sambonifacio il
prezzo dei terreni espropriati. Alla sua inaugurazione sono stato invitato a
ricevere una targa dell’amministrazione Comunale a ringraziamento del mio operato in Provincia. Io penso anche a riparazione della imbecillità della precedente amministrazione. Molti
consiglieri che sono ritornati in amministrazione hanno più volte manifestato
il loro rammarico per quell’errore dichiarando che
in quell’occasione sono
stati ingannati. L’ultimo
anno 1980 con
Foto
21 - 1985
1 - 1945-46 : Alunni della classe 5^ elementare maschile, sez. A, con il
maestro Cossalter,
davanti il porticato dell'edificio scolastico ( ex Casa del Fascio) in
Piazza Vittorio Veneto, ora Piazza Costituzione. Davanti, al centro : Elio Munari. Da sinistra :
Prima fila : 2° Cavaggioni, 3° Giancarlo Fiorio, 6° Guglielmo Zago,
7° Nello Arduin,
8° Marco Ferrarese, 9°
Gianfranco Carellini, 10° Dario Brendolan. Seconda fila :
1° Luigi Zenari,
2° Discotto,3° Bonente, 4° Dino Tomba, 5° Gaetano Zonato, 6° Antonio-Gigi Maleffo,
7° Antonio Saccomani, 8° Gianni Dalli Cani. Terza fila :
1° Claudio Pavan,
2° Gino Negretto, 3° Aldo Pelosato, 4° Mascotto, 5° Dario
Corrà,6° Nereo Corrà, 7°
Luigino Zonato. Quarta fila :
1° Adami, 4°
Burato, 5° Gecchele, 6° Luigi Rugolotto,7°
Gastone Gonzato
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