Storia di un Sambonifacese

Memorie, racconti e fatti

 

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Presentazione

Questo libro è la trascrizione del manoscritto che mio padre Dalli Cani Giuseppe ha stilato di proprio pugno tra il 1983 e 1988 e racconta praticamente tutta la sua vita. La scrittura è scorrevole, decisa senza tanti ripensamenti e correzioni, la calligrafia un po’ all’antica ci ha dato qualche problema di interpretazione, verso la fine del libro ci sono alcune fotocopie del manoscritto originale che è in mio possesso. Ci è voluto molto tempo per riportare sul computer tutto il manoscritto il lavoro è stato diviso con i miei fratelli Vittoria, Giorgio, Giovanna, Mariateresa e Francesco dividendoci l’incombenza e aiutandoci a vicenda con le parole più difficile da capire.
I fatti e gli episodi narrati sono visti attraverso gli occhi di mio padre e interpretati secondo la sua visuale, qualcuno potrebbe non essere d’accordo con la sua prospettiva, pertanto invito da subito chiunque ha qualcosa da commentare, da correggere o da aggiungere a inviarmi un Mail all’indirizzo sotto riportato, il suo contributo potrà essere aggiunto come allegato al libro.
Dopo aver riordinato e impaginato i vari scritti ho aggiunto delle foto scelte fra quelle conservate dai miei genitori nel cassetto della credenza, ho cercato di utilizzare le più significative e più inerenti al testo, le foto originali sono custodite da mia sorella Vittoria.
Chiunque vuole portare il proprio contributo a commento o in aggiunta di quanto descritto può inviare una mail a: vendradalli@libero.it


Luigi Dalli Cani

 

 

San Bonifacio 26 X 1984

 

 

Appunti e ricordi del passato

 

Sono nato il 3/2/910

All’asilo la soddisfazione di mangiare pasta e fagioli.

Avevo 4 anni tornando a casa dall’asilo, l’ho fatta in mutande, che vergogna.

Ancora l’asilo: ero dai “grandi” per aiutare le suore a lavare i pavimenti siamo andati (passaggio interno) al ricovero a prendere l’acqua, sono salito sulla vasca per levare il secchio e sono caduto dentro, l’acqua era alta i vecchietti che aspettavano non sapevano come estrarmi, hanno levato il tappo di sotto (esterno) e l’acqua è uscita lasciandomi inzuppato, poi sono accorse le suore.

 

Foto 2 - 1913 Bepi all’asilo

 

Mia nonna Catterina abitava con mia zia Anna vicino a me, mi chiedono un piccolo servizio avevo 4 anni, non mi ricordo come glielo fatto bene, per ricompensa mi volevano dare un soldino, mia mamma poco lontana si accorge mi sgrida prendendomi per un braccio mi trascina via. Io non protesto ma allungo per di dietro la mano libera e prendo il soldino. Si mettono a ridere mia madre si accorge si volta sta per darmi uno scappellotto poi si mette a ridere anche lei.

Un secondo ricordo d’acqua l’ho avuto qualche anno dopo quando andavo alle Biacche a prendere il latte (oltre 2 Km andata dal 1917 alla 1920, in paese non si trovava latte per la guerra) il percorso era un 1 Km fino al Tramosino poi il resto una stradina interna sulle capezzagne, gli ultimi 3-400 metri c’era un abbassamento- avvallamento di terreno che nei periodi di forti piogge si allagava, allora i più grandi (eravamo una decina) prendevano il battello con remi e ci trasportavano, si sono avvicinati alla riva, ho fatto per salire, il battello ha fatto un sobbalzo e io sono precipitato in acqua, la ragazza che mi seguiva ha fatto la stessa cosa, solo che io con l’urto della ragazza sono andato a fondo lungo disteso mentre lei è rimasta sopra di me in piedi; i grandi hanno estratto la ragazza e poi non vedendomi riaffiorare pensavano che fossi stato trasportato dalla corrente più a valle, mentre stavano muovendosi hanno visto riemergere il mio cappellino di paglia, allora mi hanno pescato e mi hanno tratto in salvo.

Ancora un ricordo della mia giovinezza impetuosa: la mia era una povera casa (la maggior parte erano così) avevamo una scala di legno che ci portava alle camere da letto, era fatta con 3 gradini un patto e poi la rampa, io per scendere la rampa non la usavo mai, o uscivo saltando all’esterno o strisciando in vari modi fino al patto. Un giorno mentre sul patto c’era una brocca d’acqua che la mamma preparava per portarla sopra sul lavandino, io sono sceso alla solita maniera sono inciampato, non so come, mi sono rovesciato e sono andato a infilare la testa dentro la brocca, mia madre è corsa spaventata ha tentato inutilmente di liberarmi, si è rivolta ad altra gente (mio padre era militare) finché sono riusciti ad estrarmi con notevoli ammaccature.

 

Qui si parla della guerra 1915- 18

Siamo sempre in tempo di guerra, io sono stato (come i miei fratelli più tardi) avviato a fare il chierichetto, ogni mattina una o più messe (io abito vicino alla chiesa e alle scuole allora comunali)

In quest’ultime hanno installato un ospedale militare, (uno ce n’era anche al ricovero quando è scoppiata la spagnola) e molti sacerdoti militari celebravano la S. Messa nella nostra chiesa e noi chierichetti le servivamo e il compenso era di centesimi 5 che non sempre ci veniva corrisposto. Un sacerdote militare che celebrava ogni mattina alle 5,30 non ci dava mai i 5 centesimi, allora io mi sono rivolto al sacrista lamentandomi anche a nome dei miei compagni. Il sacrista allora mi disse, voi domani venite e nascondetevi ci penso io, sciopero?. Al mattino arriva il sacerdote, si veste, sta per uscire e non c’è nessun chierichetto, si rivolge al sacrista chiedendo spiegazioni, il sacrista glielo dice, il sacerdote accetta di buon grado l’usanza e noi usciamo dal nascondiglio pronti a servire la messa.

La guerra 15-18 anche se lontana mi ha lasciato alcune impressioni, lo spavento delle donne nel mio cortile (eravamo al 7-8 di aprile) quando sentivano il tuono delle cannonate, si mettevano le mani nei capelli gridando, quanti e chi saranno i morti in questo momento? La paura che io ho provato e’ stato solo quando sono stato svegliato da un crepitio di tuoni vicini e prolungati, sembrava proprio che la guerra ci fosse arrivata addosso. E’ durato qualche ora, finalmente e’ stato chiarito che era scoppiata la polveriera al Perarolo di Locara, 4-5 km da noi.

La mia famiglia è composta dai genitori; 5 figli, 4 maschi e una femmina, io sono il secondo. In tempo di guerra mia madre ci ha mantenuti col modesto sussidio e lavorando a fare vestiti militari. Mio fratello Antonio della classe 1907 finita la Vª elementare è stato assunto come apprendista fornaio dalla ditta Dalla Riva che aveva il forno in Via Roma e poi partirà per l’Argentina.

 

 

Foto 2°  24/6/1929 Antonio Dalli Cani a Buenos Aires

 

Io continuo ad andare a scuola fino alla Vª elementare, in quell’anno all’oratorio di San Bonifacio si da inizio alla scuola di disegno io mi iscrivo e la frequento con buon profitto fino al 4° anno prima col maestro Sterza, poi prof. Albertini.

Non continuo quando ho deciso di seguire il mestiere di mio padre mastelli in legno, che poi con mio fratello Mario allargheremo l’attività alle botti in legno che, sia pure in modo molto ridotto, si costruiscono ancora.

 

Foto 3

1941 Famiglia Dalli Cani Giuseppe con il padre Angelo la madre Fiorio Vittoria, la moglie i figli Gianni, Vittoria Giorgio e Giovanna

 

Appena iniziato l’anno scolastico per frequentare la VIª elementare i miei amici sono venuti più volte ad insistere perché ci andassi anch’io ma io ho resistito e ho finito per dire che la VI non serviva a niente. Ho fatto la stessa cosa durante la V elementare quando Don Pietro Zampieri mi voleva avviare agli studi superiori, dissi allora che io non avevo nessuna intenzione di farmi prete che se io avessi studiato avrei fatto l’avvocato, ma la mia famiglia non sarebbe stata in grado di mantenermi.

 

da notare il libro bilanci con inventario del 1926 della neonata ditta Dalli Cani Mastelli

 

Il mio lavoro col padre nella piccola bottega vicino alla cucina, si lavorava tutto a mano, ha cominciato ad interessarmi e non mi è mai venuto in mente di abbandonare nemmeno quando nel 1927 la Banca Cattolica Vicentina ha aperto un’agenzia a San Bonifacio in Via Mazzini e in quella occasione l’avvocato Ceola (anche socio fondatore dello zuccherificio) che mi era consigliere e don Pietro Zampieri vennero a casa mia insistendo anche con i miei genitori perché io entrassi come primo impiegato nella Banca stessa, allora non erano necessari titoli di studio.

Ho rifiutato coscientemente perché dicevo che se assicuravo il mio avvenire avrei sacrificato lo sviluppo della modesta azienda famigliare che cominciava a muoversi benino.


 

 

Qui abbiamo un inserto scritto il 28/9/86 sulla figura di don Zampieri

 

CHI ERA DON ZAMPIERI?

Si potrebbe definirlo: la coscienza critica e costruttiva di una generazione che, con la fine della guerra del ’15 – ’18, stava subendo quelle profonde trasformazioni che avrebbero portato alla nuova immagine di S. Bonifacio, seguita alla IIª guerra mondiale. Lo scossone sociale e religioso provocato nelle nostre zone dalla prima guerra, aveva portato molti giovani sulla strada di una ricerca di soddisfazioni ed evasioni, sia pure con i mezzi poveri del tempo, in pieno contrasto con i grandi valori che la religione e le tradizioni familiari avevano conservato e tramandato. Don Pietro, uomo tutto d’un pezzo, intransigente con sé e con gli altri, operava con l’esempio, con la parola e l’azione all’affermazione di quei principi di dignità, di giustizia e moralità che dovevano rimanere orgoglio e vanto di giovani formatisi alla scuola del dovere e del sacrificio, così da diventare uomini di carattere, assertori coscienti di autentici valori cristiani. Se ai nostri giorni troviamo ancora qualche rimasuglio di quella generazione e andiamo a scrutare sul suo operato nelle attività sociali, politiche, amministrative, troveremo il marchio di don Pietro che aveva inculcato l’onestà, l’altruismo, il rispetto della persona, l’intransigenza nell’ambito della giustizia, valori che, qualcuno, superficiale, in una società molle e passiva, può scambiare anche per… orgoglio, ma che sono rimasti retaggio di quella dignità che i giovani di A.C. di don Pietro hanno conservato.

Don Pietro è stato l’anima di San Bonifacio. Tutte le attività del paese sono sorte per il dinamismo, la sagacia, l’impegno, la capacità di sacrificio di don Pietro: dalla scuola di disegno, che nell’ultimo anno di don Pietro conterà 186 allievi, alla banda musicale; dalla filodrammatica, attivissima, alle squadre di calcio; dall’Azione Cattolica agli Esploratori e ai chierichetti; dal cinema alla buona stampa; dalla costruzione del teatro alla chiesa di San G. Bosco,l’ideatore, il fondatore, l’anima di ogni cosa era sempre lui, don Pietro.

 

1946 : Gruppo di chierichetti della Parrocchia di San Bonifacio, 1° classificato al concorso intervicariale di Cologna Veneta.
Da sinistra: in prima fila, Mariano Mosele, Renato Bertagnin (davanti), Gaetano Zonato, Gaetano Giuspoli, Luigino Zonato, Davide Bertagnin. Gianni Dalli Cani, Marco Ferrarese; in seconda fila, due chierichetti non riconosciuti, don Giovanni Munari (detto don Gioanin, per distinguerlo da don Giovanni Cosaro assistente dell’ Oratorio) Alberto Bertagnin, Gino Negretto, Ottavio Storelli-Pertile

 

 

Foto 8

1934 Giuseppe Dalli Cani -  Agostini – Marino De Antoni – Bruno Pozza

 

 

Leggendo ciò, qualcuno penserà a un sacerdote chiuso nel suo oratorio innamorato delle sue attività, che non lascia spazi ad altro; no, don Pietro era sacerdote dal capo, pressoché rasato alla punta delle scarpe scalcagnate: le lunghe ore mattutine nel confessionale, l’assistenza all’ospedale e alla casa di riposo, (quando a San Bonifacio non c’era ancora un sacerdote addetto), la visita agli ammalati, entravano nel suo quotidiano impegno.

Conosceva tutte le famiglie e tutte le miserie del paese; non c’era un dispiacere, un contrasto, una disgrazia, un lutto dove don Pietro non fosse presente con la parola di conforto e con l’aiuto materiale. Aveva anche fondato la “S. Vincenzo”, affinché i laici lo affiancassero nelle sua opera di carità, e di poveri c’è n’erano, tanti e veri in quel tempo.

Mi piace riferire un fatto che scolpisce bene la figura di questo prete. Un giorno si presenta un giovane, non dell’Azione Cattolica, ma componente della banda musicale, parla a lui con un certo affanno, scoppia in lacrime, poi incoraggiato da lui, confessa: “ho messo incinta la mia fidanzata”, seguono momenti d’imbarazzo, poi don Pietro sbotta: “ Siete giovani senza carattere, senza forza di volontà, lontani dai sacramenti, facile preda di ogni debolezza umana”. Si placa, torna sereno: “Hai una stanza tutta per te?” “Si” “Sta bene, prima parla con la tua fidanzata, sabato pomeriggio prendi un carrettino a mano e con qualche amico vai da G. Z., ti darà un letto a due piazze con materassi e due comodini, poi va da G. C. che ti darà un armadio e due sedie; confessati, poi vieni in canonica per le pratiche di matrimonio che io celebrerò”.

E non era soltanto il nostro paese a godere dell’attività di don Pietro. Quale assistente, e io allora presidente, della sottofederazione di Azione Cattolica di S. Bonifacio, durante l’autunno e l’inverno, con tempo spesso da lupi, si andava a fondare dove non c’erano, organizzare o visitare i circoli cattolici delle parrocchie dei vicariati di S. Bonifacio e Montecchia che sinceramente ci invidiavano un uomo così impegnato nel suo servizio sacerdotale. Anche per i vicini paesi, infatti, egli fondò a S. Bonifacio la “Scuola di Cultura Cattolica”, sull’esempio di quella di Vicenza, che tanti consensi ottenne nel campo cattolico veneto. Ogni martedì alle ore 20, nel teatro dell’oratorio, per tutto il periodo invernale, si tenevano regolari conferenze che svariavano su un campo piuttosto vasto: fede e morale, storia e sociologia, persino astronomia, basti ricordare mons. Arena che ne era entusiasta divulgatore e con lui ricordare alcune figure di oratori ben noti in quegli anni, come i mons. Manzini, Chiot, Caldana, il dott. Galletto, mons. Mario Cola nostro concittadino e tanti altri ecclesiastici e laici che don Pietro sapeva contattare e portare a S. Bonifacio.

Il successo di quelle conferenze fu straordinario se si pensa che il teatro registrava sempre il tutto esaurito (circa 300 posti) e che pur lasciando libero a tutti l’ingresso alla platea, per accedere alla loggia si doveva ricorrere ad un tesserino che si acquistava per una somma equivalente a L. 30.000 attuali e che dava diritto a partecipare a tutte le lezioni e in caso di impedimento si poteva trasferire a qualche familiare. Quel successo oggi può anche essere comprensibile, ma allora erano tempi difficili, quando l’unica voce libera era quella del partito unico che attraverso la stampa, la radio, le oceaniche parate, tendeva a quell’appiattimento della società che è proprio dei regimi totalitari. La Scuola di Cultura di don Pietro costituì per oltre un decennio un avvenimento di eccezionale valore religioso, morale e sociale capace di entusiasmare la popolazione di ogni ceto e di ogni credo politico e religioso. L’incontro del martedì era diventato come una boccata di ossigeno, come una ventata di libertà che ti faceva sentire persona in mezzo a gente che, oltre al grano, sembrava aver portato all’ammasso anche ogni sua dignità.

Si dice che fosse un uomo dalle mani bucate e penso che si dica il vero. Nella sua amministrazione, di ordinato c’era solo il borderò del cinema, tutto il resto era concentrato nelle sue immense tasche dove col breviario si trovava di tutto, denaro compreso finché resisteva, poi don Pietro faceva i classici salti mortali. A chi gli faceva notare che era bene tenere una registrazione, rispondeva: “ Io metto tutto in tasca, poi quello che non va in farina, va in crusca”.

Forse non facevano così anche un don Bosco e un don Orione, santo della provvidenza? Che per caso non ne sia passato uno accanto a noi senza che ce ne fossimo accorti?

Voglio concludere questo sintetico ricordo di don Pietro con un fatto che si ripeteva quasi tutte le sere, meglio le notti. Dopo una giornata iniziata con la S. Messa delle 5.30, magari dopo aver assistito in mattinata, i ragazzi per i quali aveva inventato una specie di doposcuola e cantato con loro il Vespro, tutti i giorni alle 15 durante le vacanze estive, perché non si disperdessero; la sera verso le 10 capitava sul palco dove la filodrammatica faceva le prove.

Osservava come procedeva il lavoro, faceva le sue osservazioni, poi si sedeva fra le quinte a terminare il suo breviario. Ogni tanto, preso dal sonno si piegava sul libro, allora si alzava, camminava un po’ e ritornava a sedere fra le quinte.

Questo forse è stato il nostro peccato: abbiamo trascurato tra le quinte del tempo, questa, per noi giovani di allora e per San Bonifacio, quasi leggendaria figura di sacerdote che ci aveva amati dando la sua vita.


 

 

La mia attività esterna era l’Azione Cattolica, a 14 anni pur essendo ancora aspirante l’assistente mi chiamava alla scuola di cultura (effettivi si diventava a 15 anni) mi ricordo che ho partecipato alla gara annuale sotto il nome di Ghellere Fulvio che per essere un ferroviere non poteva ne prepararsi ne essere disponibile nel giorno fissato per gli esami, ottenemmo un grosso risultato a carattere diocesano.

A 15 anni  sono entrato effettivo e fui subito chiamato a ricoprire la carica di segretario, a 18 anni ero Presidente e assunsi anche la Presidenza Sottofederale.

Organizzavamo tutti i circoli nelle parrocchie del Vicariato di Montecchia e di Sambonifacio.

 

1929

Faccio il militare e poi alla visita vengo riformato perché mi era comparsa l’ernia inguinale destra poi operata.

Arriviamo così al 1930 quando il Fascio guarda alla A.C. come un’organizzazione concorrente, i dirigenti locali mi invitano (data la mia pratica organizzativa ad assumere la Cinturia dei Giovani Fascisti; pongono la condizione che io abbandoni l’A.C. io resisto si muovono i dirigenti di Verona, ma io faccio osservare che con i Patti Lateranensi del 1929 era sancito che non Vi era nessuna incompatibilità tra A.C. e il Fascismo. Mandano le carte  a Roma e la risposta è: o una o l’altra. Io resto nella mia posizione e Fascista non ci diventerò più, questa mia decisione mi procurerà delle noie in seguito.

L’azienda continua, nel marzo 1930 un nostro concorrente abbandona il mercato di Arzignano e lo prendiamo noi, mio padre lo vorrebbe frequentare ma non ce la fa, fare la strada in bicicletta km 22 per portarsi la merce sulla piazza quindi viaggio di ritorno. Ad Arzignano avevamo un magazzino in affitto e per rifornirlo della merce, prendevamo a noleggio un carretto a cavallo o asino ( allora non c’erano camion di media o piccola portata, poi sarebbe stato un lusso non conveniente economicamente). Quindi pur non piacendomi fare l’ambulante (lavoravo 12 ore al giorno in bottega più volentieri) l’ho fatto per 20 anni; poi mio fratello Mario nel 1950 ha preso un camion usato e ha continuato lui. Se nella mia vita c’è una cosa che detesto del mio passato è proprio il mercato di Arzignano in quella maniera, almeno ci fosse stato un motorino!

Foto 5

Giuseppe e Mario Dalli Cani con esposizione della produzione di botti e mastelli durante la Fiera di San Michele il 29/9/38

 

MATRIMONIO

20 anni e non militare. Qualche ragazza mi cominciava ad interessare, le guardo passare. Nel mio cortile, una casetta rifatta da una stalla viene abitata da una famiglia madre e figlia, la prima pensionata la seconda esercitava la professione di magliaia, provengono dalla Svizzera e per noi sono rimaste le svizzere.

Una ragazza che abitava dopo il cimitero con un po’ di terreno agricolo, il padre andava allo zuccherificio e nei ritagli di tempo con le figliole governava anche i pochi campi, la secondogenita delle figliole viene a far pratica da magliaia dalle svizzere, per cui c’era la possibilità d’incontrarsi facilmente, di osservarsi, di farci qualche pensierino e la fantasia ha cominciato a galoppare, le altre osservate hanno perso interesse. Il tutto senza mai parlarsi né con questa né con quelle (chi si sognava di avvicinare una ragazza?).

Finalmente dopo lunghe meditazioni, prendo la decisione e scrivo a questa sig.na Pia un bigliettino chiedendole d’incontrarla. La risposta è molto nebulosa comunque positiva, una domenica mentre tornava dalle funzioni in chiesa con le sorelle mi affianco a loro e a lei e così incomincia un colloquio che durerà per tutta la vita. La mia attività mi occupava nelle serate e alla domenica, pertanto dalla fidanzata andavo ogni altra domenica nel pomeriggio. (Ci siamo sposati il 7 Gennaio 1935 Dalli Cani Giuseppe- Verlato Pia)

 

                                      

foto 7 - 7/1/1935 matrimonio Giuseppe Dalli Cani e Pia Verlato

 

                             

1936 Giuseppe Dalli Cani e Pia Verlato

 

Ogni sera avevo l’A.C. o al mio paese o nelle parrocchie della mia sottofederazione, la domenica insegnavo la Dottrina Cristiana, organizzavo l’oratorio, tornei di calcio, Filodrammatica e attività varie, una volta al mese a Vicenza al Consiglio Diocesano della giunta di A.C.

 

FASCISMO

Incomincia l’attacco del Fascisti: per qualche mese chiudono l’oratorio, vengono a fare l’indagine nei Circoli Cattolici portano via verbali e carte varie, vengo chiamato a Verona per rendere conto dell’attività clandestina della nostra associazione, ma oltre a una minaccia nei miei confronti non hanno fatto. In paese invece hanno tentato la intimidazione, ogni sera una squadra di giovani Fascisti girava per il paese, qualcuno m’informava che cercavano me, ma non mi affrontavano mai. Il Vescovo di Vicenza mons. Rodolfi faceva informare (io e il dott. Roveggio di Cologna eravamo fuori provincia rispetto a Vicenza) qual’era la nostra posizione, sapevamo di essere nella lista nera, il dott. Roveggio una domenica sera lo arrestano ma dopo qualche giorno lo rilasciano.

Mio fratello Bruno terzogenito fa il salumiere presso la ditta Perlini grossista e minutante, dopo qualche anno gli viene offerto in quel di Soave un piccolo negozio di generi alimentari, chiede la licenza gliela negano domandiamo spiegazioni, viene a casa nostra il maresciallo dei carabinieri a spiegare la motivazione per qui è stata negata la licenza: nessuno di noi è iscritto al Fascio. Chiedo al maresciallo se mio fratello ha la fedina penale pulita, perché questo è il suo compito; il maresciallo capisce e ci confessa che è stato mandato allo scopo di intimorirci; la licenza viene concessa.

 

1950 Giuseppe e Bruno Dalli Cani a Montecatini

 

Un ricordo molto vivo è rimasto di quei tempi: un giorno io sono assente e mia moglie con quattro figli è costretta a fare la fila per avere il latte e sapendo che molti altri in condizioni molto più leggere delle sue avevano il latte con più facilità, in quella snervante attesa esprime giudizi critici sulle autorità. Alcuni riferiscono al Segretario Politico il quale ordina al maresciallo di portare in caserma mia moglie. Io torno a casa, mi riferiscono e vado dal Segretario Politico Reggiani e, presenti le sue segretarie, chiedo il motivo e lui risponde che le frasi di mia moglie erano da mettere in relazione con tutta una mentalità politica famigliare di spirito antifascista.

Io respingo le accuse e ribatto che non essere fascisti non vuol dire essere anti Italiani perché io ho sempre rispettato l’autorità costituita. Lui ha un gesto violento e si alza in piedi minaccioso, poi si siede e scrive un biglietto che io porto al Maresciallo e accompagno a casa mia moglie.

Il Dr.Reggiani si è buttato poi con una squadra da lui capeggiata a stanare i partigiani; ha fatto uccidere la madre di un partigiano perché non ha voluto o non sapeva dire dove si trovasse il figlio.

Qualche mese dopo nella sua residenza estiva di Ferrara di Monte Baldo sarà ucciso da un gruppetto di partigiani.

Foto 8/1

           

 

foto 8/2 - 1939

 

 

 

 

LA GUERRA

Mio fratello Mario, che lavorava con me ed era della scasse 1914 è stato richiamato nel 1939 per i movimenti dell’Austria dove trovò la morte il Presidente Dalfus per opera delle forze naziste.

Da allora fu sempre militare fino al giorno in cui fu ferito in Libia e fu rimpatriato in Italia; è tornato a casa in convalescenza e poi richiamato ai servizi sedentari in Alto Adige da dove l’8 settembre 1943 si eclissò come tanti e tornò a casa.

Dopo poco tempo, (con Graziano C.S.M.) con quelli della classe 1914 vennero reclutati anche quelli dei servizi sedentari e quindi dovevano presentarsi a Verona e scegliere: o la  contraerea o la Germania. Io con uno stratagemma sono riuscito a farlo iscrivere a Verona come operaio della TOT (senza partecipare) e pertanto doveva evitare di essere visto in giro per non incorrere nel pericolo di essere fermato dai Fascisti o dai Tedeschi.

Conseguenze: ogni volta che avevano bisogno di personale (si trattava di lavori vari come bombardamenti alle ferrovie o lavori inutili come lo scavo anticarro a Montebello ecc.)dovevo presentarmi ad evitare un probabile controllo in casa o in laboratorio e poi regolarmente mi eclissavo; però tutte le attività esterne erano di mia competenza.

Io sono stato richiamato il 27 settembre 1942; ho fatto un mese a Bressanone poi sono stato congedato perché avevo quattro figli.

 

 

Foto 9   25/10/1942 Giuseppe militare

 

                  

 

                    

 

PERICOLI

I bombardamenti di giorno e di notte non erano sempre da prendersi a cuor leggero: un giorno di mattina inoltrata un bombardamento alla Ferrovia che dista  un chilometro esatto dalla mia abitazione, ha sollevato un pezzo di binario che è arrivato a rompere il cornicione della scuola e cadere nel mio cortile.

Il viaggiare era estremamente difficile; ho avuto delle avventure notevoli per ferrovia e sulla strada in bicicletta.

 In treno per Udine, la prima notte fermi a Mestre per incursioni aeree, il giorno dopo fermo a Udine (io dovevo proseguire per Brenzano). Trovo da dormire in una famiglia privata, il giorno dopo parto e arrivo a Brenzano e il treno si ferma oltre la stazione e l’unico modo per raggiungerla è camminare attraverso i binari molto sconnessi. Prendo una bicicletta a noleggio e mi porto per gli acquisti di sedie a S. Giovanni al Natisone e Corno di Rosazzo, da questo fornitore non posso avere alloggio perché si trova nel mirino delle Brigate Nere e ottengo di dormire in un Alberghetto quasi per carità.

Alla notte un aereo e uno schioppettio a terra mi hanno un po’ impaurito. Al mattino riprendo la bicicletta per Brenzano per riprendere il treno e una palazzina vicino alla stazione non c’è più, è stata bombardata e non riesco a capire da chi. La poca gente che si vede è impaurita, c’è un movimento indescrivibile di camion di tedeschi, di camionette e moto che vanno in tutti i  sensi. Per fortuna non si fermano e raggiungo l’interno della stazione ferroviaria. Il capo stazione e i pochi addetti mi domandano perché mi trovo lì, come ho passato la notte, cosa ho visto per strada. Io rispondo che devo arrivare a Udine però bisognava uscire da quel tafferuglio e poi prendere il treno, secondo loro erano tutti sospesi. Per prima cosa cercano di mimetizzarmi in mezzo ai bagagli e si mettono a parlare tra loro facendomi capire che mi trovo in una situazione tragica (lo capisco anch’io). Fermarmi è estremamente pericoloso e partire non si può.

E’ passato un po’ di tempo e intravedo dal mio nascondiglio il capo stazione che esce per parlare con tre gerarchi accompagnati da due tedeschi e questi si allontanano senza entrare in stazione.

Non so quanto tempo è passato ma finalmente il capo stazione mi chiama e mi dice che sta arrivando il treno merci diretto ad Udine. Mi domanda se sono disposto a sporcarmi un poco per apparire un fuochista, mi levo la giacca e la metto in valigia, ne indosso una delle loro, mi forniscono un berretto ed appena arriva il treno merci  vengono informati i due conducenti che mi fanno salire con loro e arrivo ad Udine.

 

Foto 10 - 19/9/1944 Monteberico Braggio, Dalli Cani e Malesani

 

IN BICICLETTA

Il martedì  di ogni settimana dopo il mercato di Arzignano andavo a fare degli acquisti a Chiampo di legname o a Vicenza di ferro o a Ponte di Barbarano da un mio collega per scambiarci degli articoli per la produzione di difficile reperimento. Quel martedì sono andato per lo stesso motivo a Valdagno , dopo una decina di chilometri sulla via del ritorno in un percorso un  po’ in discesa su una strada un po’ elevata  sulla campagna di circa 150/200 metri d’ambo i lati con qualche casa padronale molto rara e un passaggio di macchine quasi nullo. Ad un certo momento sento il rumore di un motore che mi sembra un camion, mi accosto ancora più a destra e quasi istintivamente volgo lo sguardo a sinistra per seguire il sorpasso della macchina e con mia grande sorpresa e paura scorgo l’ala di un aereo; nello stesso istante mi sorpassa a grande velocità una macchina scoperta di ufficiali tedeschi e in una frazione di secondo, abbandono la bicicletta , mi butto sulla scarpata e finisco sul terreno della campagna; contemporaneamente una scarica a ripetizione di mitragliatrice colpisce la macchina tedesca. Alzo gli occhi e seguo l’azione dell’aereo il quale fa un giro sulla mia destra, mi rifugio su uno di quei “V” che i tedeschi facevano fare lungo le strade nella campagna per non rimanere scoperti; la macchina colpita intanto sta per entrare in un cortile con portico sulla sinistra, ma l’aereo riesce a colpirla ancora, io vedo molto sangue poi l’aereo si allontana.

Un po’ impaurito mi alzo e salgo la scarpata, raccolgo la bicicletta, che è rimasta intatta, attorno alla quale però raccolgo ben 16 bossoli di mitragliatrice che ho portato a casa per ricordo. Passando davanti al portico ormai chiuso dove era entrata la macchina mi sono fermato ed ho chiesto a qualcuno la situazione dei tedeschi e mi è stato risposto che  uno era morto e gli altri due erano gravi.

 

FINE DELLA GUERRA

Era impressione ormai diffusa che la guerra non potesse essere vinta dai nostri alleati e quindi la fine non poteva essere lontana. Per iniziativa dei cattolici si comincia ad interessarsi del dopo e si prendono i primi contatti, si prende visione molto cautamente di altre formazioni e anche noi ci si organizza per il C.N.L. (Comitato Nazionale Liberazione). Per la Democrazia Cristiana: Burato, Dalli Cani, Colla, P.S.I. Zago P.C.I. Saccomani; P. d’Azione si incarica Perini Mario e poi Verlato di Lobbia, uno di Locara (quello senza gamba). I contatti con altre formazioni li tiene Burato in Valfonda, nella tenuta che lo stesso Burato conduce. ci si incontrava di tanto in tanto. Si comincia a delineare un programma che viene via via aggiornato anche per prepararci all’impatto con la nuova realtà, sia pure provvisoria che ci attende con la liberazione.

Il giorno tanto atteso è alle porte preceduto da un confuso fuggi fuggi dei tedeschi (le case sono chiuse) che sono alla ricerca di mezzi di trasporto, soprattutto biciclette.

La notte del 24 aprile 1945 è un martellamento di bombe e granate da parte Americana (un uomo –Silvio Ceola- rimane ucciso) fino a mezzogiorno del 25 aprile.

Nel primo pomeriggio veniamo informati dell’arrivo degli Americani, ed essendo io il più vicino, vado in Municipio (Burato abita a 6 chilometri e non si vede); uno scampanio precede l’entrata nella piazza del battaglione motorizzato seguito da un codazzo di gente. Il capitano comandante la formazione con alcuni ufficiali sale in Municipio. Io faccio gli onori di casa (un gruppetto di scalmanati comincia a staccare i quadri fascisti e gettarli dal poggiolo sulla piazza e riesco a fermarli), lo accompagno nell’Ufficio del Podestà, con la baionetta apre i cassetti chiusi e in uno trova una pistola e mi chiede se gliela lascio per ricordo (non ho nessuna difficoltà ad acconsentire).

Parliamo un poco in Italiano, quindi fa un cenno di partire e mi raccomanda (ci crede dei Partigiani) di non sguarnire la valle dell’Alpone e del Chiampo finché avanzavano verso Vicenza sulla strada nazionale, mi fa portare tre prigionieri tedeschi e me li lascia in consegna.

La gente comincia a sfollare e non vedo a chi possa chiedere aiuto, scendo le scale pensando come provvedere immediatamente ad alcune incombenze.

Davanti al Municipio trovo schierati tre motociclisti  con fucili, cartucciere e giacconi in pelle o finta, sono: il Piola, “Sartori” e “Archimede”. Tutti disponibili  a fare la guardia allo zuccherificio e ai depositi di gomma lasciati dai tedeschi, li ringrazio e dico di attendere. Immerso in tanti pensieri salgo il Municipio dove ci sono i tre soldati tedeschi seduti a terra ammanettati, c’è ancora un gruppetto di gente e non so a che santo rivolgermi, in un lampo mi ricordo che il santo si chiama Tessari Ottavio, capitano degli Alpini che, nascosto, teneva i contatti con gli Inglesi.

Lo chiamo, viene, gli faccio presente che io di armi non me ne intendo e perciò lui deve occuparsi in prima persona almeno provvisoriamente, Tessari è un amico, buon cattolico e non mi dice di no. Mandiamo a chiamare l’ex maresciallo dei carabinieri Annese e viene con quattro ex carabinieri vestiti come tali e con i volontari sopra menzionati, si organizza un servizio d’emergenza.

Il mattino seguente verso le 10 sono in Municipio, prima avevo parlato con Burato che era poi partito per Verona, e si presenta tutto trafelato Luciano Dal Cero con un telo in spalla perché pioveva (poi medaglia d’oro della resistenza) mi chiede (pensa che tutti del C.L.N. siano partigiani) n.10 uomini per la difesa della nazionale per Vicenza per conto degli Americani, io rispondo che uomini disponibili non saprei dove trovarli e poi cerco di dissuaderlo dicendo che gli Americani le raccomandazioni l’avevano fatte anche a me, ma sapendo come avevano sparato suo mio paese prima di entrare, non avevano certo bisogno di altro aiuto.

Lui si è arrabbiato ed è partito di corsa, è salito sulla Jeep e dopo qualche ora verrà ucciso.

L’attività del C.L.N. venne regolamentata e riconosciuta fino alle prime elezioni che verranno nel 1946.

Burato fa il Sindaco, i vari partiti nominano alcuni elementi oltre quelli già membri del C.L.N., a me viene affidata la presidenza del consiglio di epurazione. Riunisco la commissione per alcune sedute, una dozzina di persone, ognuno ha delle rivendicazioni da fare contro elementi di spicco del passato regime. Io capisco che sotto ci sono dei fatti personali ma faccio capire che i poteri della commissione sono quelli di raccogliere denuncie e fatti concreti e trasmetterli alla Autorità Giudiziaria. Loro insistono per procedere all’arresto di alcune persone: Fiorio, Parladori, il distributore dei generi di monopoli, ed altri; faccio presene che fra tutti sono il solo a non essere stato fascista, non ne faccio una colpa, loro erano dipendenti ma questo non ci autorizza a usare gli stessi sistemi dei fascisti. Dopo alcune sedute con discussioni interminabili io mi dimetto da Presidente e da componente la commissione, loro eleggono Marchetto e fanno fermare Fiorio mettendolo per due giorni in un’aula della scuola e poi tutto finisce e la commissione viene sciolta.

Io rimango Vice di Burato con l’incarico di commissario degli alloggi, il Sindaco viene due volte alla settimana (il lunedì va a Verona) nel pomeriggio fa la giunta, amministra i residuati di guerra ecc., ma abita sempre a 6 chilometri dal municipio. Quasi tutte le mattine in Municipio si presentano i militari che ritornano e chiedono la casa, quando non sono in Municipio i familiari mi vengono a trovare in bottega, devo rispondere e provvedere, così comincia il mio calvario che durerà un anno. Fare il commissario per distribuire gli alloggi sarebbe relativamente facile, ma gli alloggi non ci sono. Allora tutta un’azione di reperimento, di convincimento, di preghiera a quanti possono disporre di locali magari da riadattare. Faccio la ricognizione

 

Foto 10/a - 1948 Giuseppe Dalli Cani e Giulio Colla

 

Faccio la requisizione di tutti i magazzini Marzotto, Brena ed altri posti, organizzo una piccola squadra di falegnami e muratori e ovunque c’è la possibilità di ricavare un alloggio appena decente mi batto. Poi comincia la guerra dell’assegnazione.

Tutto un lavoro informativo per conoscere la vera situazione famigliare per fare meno errori possibili, sostenere scontri specie con le donne, sedare tentativi di tumulti, combinare parenti restii ad accettare vicinanze o promiscuità.

Alla sera il partito D.C.; faccio il primo segretario politico della zona e della mia sezione che poi il tutto durerà 6 anni.

San Bonifacio diventerà il centro propulsione di tutta l’attività politica dell’Est Veronese.

Mi valgo dell’entusiasmo, della disponibilità e della cultura dei giovani, per cui a San Bonifacio e nella Val d’Alpone la politica si chiamerà Democristiana.

Con i giovani Buin, Dalla Mura, Zordan, Trevisoi, Perandin, Bressan, Righetti, scriviamo e stampiamo un giornale “L’Alpone” che va a ruba anche da parte dei nostri avversari; il mio tentativo di fermare alcune esuberanze  ottiene solo un parziale risultato, comunque nessuna noia e nessun richiamo viene a fermarci.

L’organizzazione delle sezioni della zona procede molto bene, frutto anche della mia precedente attività dell’A.C.

Le elezioni per la costituente e quelle per le prime Amministrazioni Comunali (1946) dopo il ventennio fascista vedono la D.C. stravincere anche a San Bonifacio dove prima del fascismo il Comune era retto da una Amministrazione Socialista.

Pur essendo Segretario Politico e responsabile nel presentare le liste dei candidati, io non entro in lista, l’esperienza comunale dell’anno terribile che chiudevo, mi fa convinto di lasciare ad altri l’amministrazione che a me bastava l’organizzazione politica. Non è che la politica mi impegnasse solamente tutte le sere ma le varie sezioni, le grane dei primi consigli comunali e la partecipazione al consiglio e la direzione provinciale D.C. mi assorbivano anche le domeniche.

Uno dei Comuni che mi ha impegnato di più è stato San Giovanni Ilarione; mi ricordo di aver riunito più volte i consiglieri di maggioranza per dirimere controversie con quelli delle frazioni (Castello) ma quella più grossa riguardava  il licenziamento di un impiegato comunale perché era stato un fascista molto attivo.

Nei vari incontri per una composizione pacifica ho suggerito di utilizzare l’impiegato non più a trattare con il pubblico, ma in funzione subalterna, ma la mia proposta non convinceva nessuno. Volevano il licenziamento in tronco, ho insistito che non si poteva, allora si solo alzati e mi hanno rinfacciato che quando andavo loro a parlare per l’A.C. mettevo in risalto il carattere del cattolico ed io a distinguere la differenza tra carattere e testardaggine. Finalmente l’hanno ingoiato, ma per loro è sempre stato un rospo in gola.

I Comuni che politicamente comprendevano la mia zona erano, oltre a San Bonifacio: Arcole, Monteforte, Roncà, Montecchia, San Giovanni Ilarione, Vestenanova; comuni poveri e che allora non esprimevano persone preparate in grado di emergere in modo da far decollare il proprio comune.

Ho proposto loro di riunire tutti i sette comuni in una specie di consorzio (che poi sarà definito “comunità dell’Alpone”) che pur non avendo valore giuridico costituiva pur sempre una forza morale in modo che ogni istanza di ciascun comune era fatta propria della comunità e posta come tale all’attuazione dei parlamentari e degli enti costituzionali.

Si è costituita così una specie di giunta composta dai sette sindaci. Il Segretario del comune di San Bonifacio fungeva da segretario ed io sono stato nominato Presidente.

L’attività cominciata in sordina ha dato poi risultati che via via si sono consolidati e hanno dimostrato che anche il volontariato, se c’è buona volontà e costanza, può dare risultati notevoli come vedremo più avanti.

 

ANNO 1951

L’amministrazione comunale rinnova la presidenza dell’ospedale di San Bonifacio e io vengo nominato Presidente

Intanto si preparano le elezioni per il rinnovo del consiglio comunale e quello provinciale per la prima volta dopo la guerra, col fascismo le province erano state declassate, rette da un presidente ed alcuni assessori nominati dal C.N.L. per il periodo 1945-1951 finché  è stata varata la nuova legge in sostituzione di quella provinciale e comunale abrogata dal fascismo.

Ogni partito è mobilitato per approntare le liste dei candidati, l’esecutivo provinciale D.C. convoca i dirigenti di zona (che approssimati vagamente rispecchieranno i nuovi collegi provinciali) perché propongano dei nominativi da sottoporre al consiglio provinciale della Democrazia Cristiana. Da parte mia propongo il dott. Luigi Trevisoi che  essendo laureato ritengo che possa fare anche l’assessore. Alla riunione del consiglio provinciale, presenti anche tutti i parlamentari, i candidati proposti sono esclusi dalla riunione ; l’onorevole Burato, deputato e sindaco, mi viene da parte e mi dice che lui non intende più presentarsi come sindaco e quindi il sindaco lo devo fare io. Memore dell’anno 1945-46, gli rispondo che non sono né santo, né pazzo e che con sette figli e una azienda da mandare avanti il sindaco non l’avrei fatto. I parlamentari vicini che già erano stati informati da Burato mi domandarono se veramente non volevo fare il sindaco ed io rispondo decisamente di no. Si riuniscono insieme, parlano col segretario politico Gonella e mi propongono di andare al posto di Trevisoi dicendomi che se non facevo il sindaco sarei andato in Provincia. Burato si arrabbia ed io, per non peggiorare la situazione dico semplicemente che Burato deve rimanere sindaco fino al 1953 cioè alla scadenza del contratto con la SNAM per il metano; esco pensando che avrò tempo per prendere una decisione in quanto mi premeva aver escluso il pericolo di una mia possibile candidatura a sindaco.

La provincia è un ente poco conosciuto anche ora perché non ha contatti diretti col cittadino; mi dicono che sarà un impegno molti modesto e pertanto diventerò assessore alla provincia che poi vi rimarrò per 5 amministrazioni fino alla fine del 1975.

A San Bonifacio Burato esclude la soluzione Trevisoi e rimane sindaco fino al 1953 finché matura il delfino Giulio Colla al quale cede la carica.

La mia attività extra aziendale pende una svolta e la attività prevalentemente politica diventa prevalentemente amministrativa.

Abbandono la segreteria della mia sezione e quella di zona, conservando la presidenza della Val  d’Alpone, di presidente dell’ospedale e assessore provinciale.

L’ospedale lo trovo che è una specie di infermeria con il dr. Cavarzere che fa tutto, dal chirurgo al radiologo, ortopedico e otorinolaringoiatra e a mezzo servizio c’è il dr. Agostinelli, al mattino in ospedale e al pomeriggio alla 1ª condotta comunale.

Nel giro di due anni acquistiamo una moderna (per quei tempi) apparecchiatura radiologica chiamando a dirigerla il primario radiologo dr. Malacarne;  bandisco il concorso per il primario di medicina e lo vince il dr. Apollonio e facciamo una convenzione con l’otorino e l’oculista per visite ambulatoriali.

Nel frattempo la tubercolosi regredisce e si svuota il Padiglione Mazzotto.

Chiediamo ai parenti e possibili eredi del donatore Mazzotto già defunto il benestare per l’utilizzo del padiglione ad altro uso, l’autorizzazione è totale e allora in consiglio si pone il problema del nuovo utilizzo.

L’attrezzatura del padiglione è buona e dopo una adeguata disinfezione generale si fa un primo tentativo di casa di riposo per dozzinanti; nel giro di un anno ci accorgiamo che non è redditizio perché se in autunno e in inverno è totalmente utilizzato, in primavera ed in estate si arriva a malapena al 50%.

Il nostro obiettivo punta allora ad un reparto di maternità e ginecologia; prendo contatti con la maternità provinciale (che dopo pochi anni sarà ceduta all’ospedale civile di Verona) e mi rendo conto del rischio che affrontiamo specie dono aver preso informazione nel  Veneto e in alta Italia per conoscere eventuali altri esperimenti – No – nessun ospedale civile aveva il reparto di maternità e ginecologia ma solo la provincia o le case di cura.

Le discussioni in consiglio si fanno vivaci ma in sostanza non negative; i medici interpellati in linea generale non lo escludono pur lasciando la responsabilità al consiglio di amministrazione, mentre a Verona  sono perplessi.

Io faccio un discorso di questo genere: le famiglie patriarcali con la vecchia praticona capace quasi come la levatrice andavano scomparendo, le nuove famiglie ormai sono orientate a farsi il nido da sole, ma il grande evento le mette in imbarazzo e avere per ogni evenienza la comoda possibilità di ricoverare la puerpera li tranquillizza.

Prendiamo la delibera e nominiamo il dr. Abrescia primario ginecologo, e la prima maternità in ospedale civile è nata.

A distanza di qualche anno ci seguirà Legnago.

Un’ altra primizia: il primo ambulatorio per malattie mentali e nervose lo apriamo a San Bonifacio con l’intervento del vice direttore provinciale dr. Tanfani. Anche allora ricordo che lo stesso presidente avv. Buffatti mi disse: “ Stai attento Dalli Cani perché corri un grosso rischio”.

E’ stato un successo enorme specialmente per la Val d’Alpone.

Visto l’andamento del nostro ospedale il prof. Marini di Modena, essendo lui veronese, si offre per una o più visite alla settimana aprendo un ambulatorio pediatrico con alcuni letti annessi al reparto di maternità. Vista la bontà dell’esperimento si impegna ad attendere lo spazio per un reparto completo di pediatria che lui avrebbe gestito. Io lo prometto e lui attende.

L’ospedale è lanciato e bisogna provvedere all’ampliamento; il vecchio era del 1932, costruito con i criteri di allora e non si prestava all’ampliamento perché era un monoblocco.

Il presidente dell’ospedale, recitava lo statuto, era anche presidente del ricovero e pertanto visto la struttura vecchio stile del ricovero e considerato lo stato di degrado del manufatto, si è deciso di abbandonare l’idea di ristrutturalo e dare il via al progetto del nuovo ospedale impegnando i due consigli che fatto il nuovo ospedale, il ricovero sarebbe passato nel vecchio ospedale e si sarebbe alienato il vecchio ricovero.

Il consiglio dell’ospedale parte in quarta, il segretario Anti si impegna in modo encomiabile, viene nominato progettista l’ing. Lissandrni e l’aiuto ing. Agostinelli; appena pronte le bozze andiamo a Milano dall’arch. Rossi specialista in struttura ospedaliera a chiedere lumi e apportare le parziali modifiche; portiamo i progetti a Roma all’Alto commissario della sanità, fatte le piccole aggiunte per ottenere il finanziamento, il tutto nel giro di un anno e mezzo.

La Cassa depositi e prestiti approva l’impegno di spesa per tutta l’opera e ci comunica il primo stato di avanzamento dei lavori che mi pare sia stato di 50 milioni di allora (1958).

Nel frattempo il presidente dell’ospedale di Soave, Mussati, mi avvicina per farmi la proposta di abbandonare il progetto e ubicazione per studiare una soluzione per accorpamento dei due ospedali da farsi in quel di San Lorenzo. Forse ho una colpa: gli faccio capire che ormai mi trovo in una fase avanzata e che la sua proposta mi avrebbe portato a mettere in forse il finanziamento e quindi la realizzazione.

Informo il medico provinciale dr. De Marco ma questi pur consigliando di attendere, non dà nessuna garanzia dei tempi occorrenti e il suo impegno mi è sembrato poco deciso e pertanto io ho proseguito per la mia strada.

 

1954 Giuseppe Dalli Cani, avv. Buffatti, Colla Zarattini e medici

 

1956 Luigi Dalli Cani (padre Costante) a Forni di Sopra

 

PROVINCIA 1951

La prima giunta sarà composta dal presidente avv. Buffatti, ing. Arduino, ing. Polettini, avv. Cavalla, dott. prof. Cevolatto primario dell’ospedale di Verona, avv. Mirandola, dott. Vicentini attualmente giornalista della RAI, Dalli Cani e la prof. sa Piccoli Ligabò.

Il mio primo incarico sarà all’assistenza (malati di mente e contribuzione da parte dei parenti). Poi avrò i servizi economici, quindi il patrimonio e alla fine i lavori pubblici. In questi 25 anni di attività (primavera 1951 autunno inoltrato 1975) ho avuto modo di svolgere una notevole attività che sarebbe difficile e quasi sciocco andarla a rivangare. Mi basta solo ricordare quella inerente alla mia posizione di presidente la “Comunità dell’Alpone” il grosso tema la strada. Finita la guerra da Vestena a San Bonifacio viene asfaltata dai comuni, perché era definita consorziale, l’asfaltatura non regge molto e la sua manutenzione viene a costare in maniera insopportabile per i bilanci comunali specie dai paesi più poveri. L’azione quindi della comunità si svolge in due direzioni, la prima rivolta alla Provincia per ottenere la provincializzazione della strada, la seconda verso il governo per avere dei contributi in modo particolare per Roncà e Vestenanova.

Tra i vari parlamentari quello che appoggia con più autorità e impegno è il sen. Gonella. Gli incontri sono vari  ma le richieste da tutta Italia sono tante. Nel giro di qualche anno riesco a far includere la strada dell’Alpone nel primo lotto delle strade da provincializzare. Il respiro dei comuni è enorme perché la Provincia non solo provvederà al rifacimento del manto stradale, ma ne assumerà la manutenzione totale e permanente nel tempo.

 

 

 

 

1954

Patirò un esaurimento che pur senza limitare le mie attività, mi logora e per anni, con i primi caldi, devo andare per 15 giorni in montagna per rimettermi in sesto.

 

Foto 11 - 1956 Cesuna

 

foto 12 - 1956 Dalli Cani, Anti e Agostinelli

 

foto 13 - 1956 Dalli Cani, Anti e Agostinelli

 

1956 (4 dicembre)

Il Parlamento approva la legge che istituisce le mutue a carattere provinciale per tutti gli artigiani. Nel 1957 si procede alla elezione dei delegati comunali alla Cassa Mutua Artigiani (io sono a Cesuna) quindi non partecipo. Gli artigiani mi eleggono delegato con altri colleghi, a Verona i 400 delegati eleggono il Consiglio che resterà in carica 4 anni. Dal consiglio vengo eletto presidente e così sarà per i 15 anni che seguiranno fino al 1980. Con la riforma sanitaria vengono a cessare le casse mutue da Roma vengo nominato Commissario per un anno e quindi liquidatore della Cassa Mutua Artigiani di Verona onde consegnare tutto l’operato,registri,verbali, situazione finanziaria, documenti che riempiono una stanza che verrà sigillata e presa in consegna dal dott. Rocco Crisci dirigente provinciale del ministro del tesoro. La sede nostra sarà trasferita alla U.S.S.L. 25 di Verona. È stata un’esperienza meravigliosa, gli artigiani che si amministrano la propria salute, si autotassano e riescono a darsi un’assistenza che farà invidia ad altre categorie e specie all’I.N.A.M.. L’impegno dei consiglieri, l’entusiasmo dei delegati nelle due assemblee annuali è semplicemente commovente, i primi tentativi di opposizione per ragioni politiche vengono subissate. L’ultima assemblea dove si sono premiati i più zelanti e si è fatto un consultivo generale ho potuto affermare che i 23 anni della Mutua rimangono un fatto storico che copre una generazione ed ha messo in luce un’esperienza che sarebbe colpa imperdonabile se lo stato italiano non ne facesse tesoro. La riforma sanitaria almeno fino ad oggi ci ha dato ragione e tutti gli artigiani ne rendono testimonianza.

 

1958

La mia posizione sociale è ad un bivio: la Provincia che ormai mi assorbe il lunedì, il pubblico il pomeriggio del mercoledì, la giunta, alcune ore del venerdì per approntare e firmare le pratiche. L’ospedale di San Bonifacio, la Valdalpone non è molto e ora la Mutua. Dopo un anno di esperienza alla Mutua, dopo alcune riflessioni considerando che l’ospedale nuovo può andare da solo, e una certa incompatibilità tra i due enti esiste e che alla Mutua posso provvedere al lunedì che comunque vado a Verona e il consiglio si tiene alla sera (l’assemblea di domenica) ogni mese mi fermo la sera del mercoledì o del venerdì, per cui a San Bonifacio sono libero e posso attendere al mio lavoro. Prendo la decisione e nel rinnovo delle cariche da parte del consiglio comunale chiedo la mia esclusione dal consiglio dell’ospedale, vengo votato lo stesso, ma lascio il posto ad un altro consigliere. Burato sarà il nuovo presidente.

 

1962

Comunità dell’Alpone: a Roma per l’interessamento di Gonella si matura la richiesta del contributo per la strada, a noi viene fatta la comunicazione dello stanziamento di 300 milioni di lire, alla Provincia (la strada è della Provincia) l’autorizzazione di eseguire i lavori con il finanziamento deliberato di 300 milioni. Il presidente della Provincia è l’avv. Gozzi prima mi parla del suo proposito e poi lo porta in giunta come proposta informale e dice: “Dal momento che i lavori sulla strada dell’Alpone sono stati fatti a spese della Provincia, pertanto il finanziamento dello Stato lo dirottiamo in un’altra zona” e fa i nomi di altri lavori dove impiegare la somma. Io sostengo la tesi che il contributo allo Stato è stato chiesto e ottenuto dalla comunità dell’Alpone e che pertanto se fosse distolto dalla sua finalità potrebbe venire revocato, e non credo che alla Provincia farebbe piacere.

Faccio presente ai colleghi che non conoscono la nostra zona che la strada dell’Alpone non finisce a Monteforte bensì a San Bonifacio. Gozzi è una persona intelligente, capisce dove intendo arrivare, fa un tentativo per far capire che non si tratta più di strada, ma di manufatti costosi, sui quali passa la strada. Concludo io aggiungendo che ancora non conosciamo l’entità della spesa. La discussione finisce, viene dato incarico all’ufficio tecnico di studiare il problema e di approntare alcuni progetti di massima. Assessore ai Lavori Pubblici è il mio amico ing. Tomelleri al quale mi affianco per stimolarlo a fare presto. Sarà chiamato il cavalcaferrovia, ma a fianco (una trentina di metri) passa la nazionale, pertanto il manufatto deve sorpassare il treno e quindi la nazionale con un solo ponte. Il problema è complesso soprattutto per la nazionale, non c’è nessun precedente che dimostri lo scavalcamento della nazionale sia in provincia di Verona come in quella di Vicenza e l’ANAS non sa offrire elementi di incoraggiamento perché in tutto il, il Veneto, ponti del genere richiesti da noi non ne esistono. Ad ogni tentativo di insabbiamento, l’ingegnere capo dell’ufficio tecnico mi informava ed io sempre alla carica a spronare, a suggerire, a stimolare per superare ogni difficoltà.

Foto 14 - 1968

 

 

foto 15 - 1968

 

Il progetto va in porto, il preventivo di spesa è superiore al contributo dello Stato, ma io insisto che bisogna cominciare l’opera, le difficoltà burocratiche poste dalle FFSS e dall’ANAS, i nostri funzionari riescono a superarle, quelle dei privati per gli espropri mi occupo io. Finalmente l’opera inizia, affidata alla Veneta Scavi, dopo la struttura principale che è quella più rischiosa e più impegnativa c’è un periodo di sosta. Sono finiti i 300 milioni dello Stato. La Provincia deve fare un mutuo per altre opere, io riesco anche a farvi entrare il nostro cavalcaferrovia, così che dopo pochi mesi i lavori riprendono e il cavalcaferrovia si completa. È aperto senza clamori, ma la popolazione ha finito l’attesa davanti alle sbarre della ferrovia e alle 4 Strade e il collegamento con la Val d’Alpone è diventato piacevole così che si è incrementato il turismo e la valle ha avuto uno sviluppo insperato.


 

 

Qui abbiamo l’inserimento del racconto della vicenda del grattacielo di San Bonifacio scritto a parte il 3/3/988

 

IL GRATTACIELO

1959 Finite le due ali del corso Italia sullo sfondo giunge in Comune un progetto redatto da una società Veronese di tecnici per conto della “Minerva Radio”, rappresentata da un socio e dal sig. Polo che possiede la licenza di vendita, il progetto consiste in una Torre alta circa 13 piani da adibire al piano terra a negozi, il primo ad uffici e i rimanenti con circa 20 appartamenti.

Il Consiglio su proposta dell’ufficio tecnico del Comune dopo varie perplessità lo approva.

I lavori per l’esecuzione vengono affidati all’impresa Edilbeton sotto la direzione dei lavori dell’ing. Zoppei coadiuvato dal sig. Luigi Mosele di San Bonifacio.

I lavori procedono abbastanza celermente e nel giro di due anni si arriva al coperto. Da quel momento inspiegabilmente il cantiere si chiude  e cominciano le varie dicerie sui motivi di tale arresto dei lavori, si viene a intuire di contrasti tra società, impresa e direzione lavori.

La controversia passa all’ordine degli Ingegneri di Verona che ordina una perizia da parte di una commissione all’uopo designata.

Lo stesso ordine ricevuta la relazione non sa se presentarla alla magistratura, dopo aver constatato le responsabilità ed aver tentato qualche approccio per una amichevole composizione. “Il cane non mangia cane” Tra  ingegneri si evita la guerra. L’ing. Minghetti presidente dell’ordine di Verona che ha in mano la relazione va alla ricerca di una persona estranea  per comporre la vertenza.

Egli fa parte come consigliere del P.C.I. del Consiglio Provinciale e alla fine di una seduta (io ero assessore) mi si avvicina (forse imbeccato dall’Avv. Buffetti) mi parla della vicenda e mi domanda se accetterei d’incontrare li interessati per comporre la vertenza, accetto con riserva e mi consegna il malloppo (relazione) che conserva nella borsa. 1965

Non perdo tempo chiedo al sig. Polo se accetta la mia mediazione, chiede al suo socio di Milano l’intervento oppure una delega scritta, passo all’ing. Zoppei chiedendo se vuole indicare una sua persona di fiducia per trattare il caso, lui accetta immediatamente la mia mediazione (meno persone vengono coinvolte meno chiacchiere si fanno)

Avuta l’autorizzazione della Minerva Radio facciamo tre incontri in tre paesi diversi chiacchiere e pranzo e finalmente ritengo di avere gli elementi sufficienti per chiudere la vertenza.

Chiedo all’avv. Franchini che in Provincia è nella mia divisione, una scrittura di comodato con precise norme di legge che impegnano i contendenti a rispettare senza indicare cifre di sorta, in un pomeriggio di domenica a casa mia faccio firmare in tre esemplari l’impegno scritto, consegno a Polo e per conto del suo socio l’assegno …. Ognuno avrà la sua copia e la controversia viene sanata.

Nel giro di poche settimane la ditta appaltatrice con propria direzione lavori riprende la costruzione del grattacielo, seguendo le norme suggerite dalla relazione tecnica, e in due anni nel 1968 viene inaugurato.

 

1963

La mia famiglia subisce un trauma, mio figlio Gianni, il primo, sacerdote stimatino, in una domenica di ghiaccio, 13 gennaio, (con quattro confratelli si dividono alcune parrocchie nella zona di Villafranca, onde aiutare i parroci nel celebrare la Messa e provvedere alle confessioni), hanno subito un incidente sulla strada dove rimangono feriti. Trasportati all’ospedale di Verona, quattro dei cinque occupanti, non ce la faranno a superare le ferite riportate e nostro figlio morirà il giorno 16 gennaio 1963. il fatto rimarrà scolpito nella mente e nel cuore di tutti noi e ci accompagnerà finché vita avremo.

 

Foto 16 - Dicembre 1947 Giuseppe Dalli Cani con il figlio Gianni

 

foto 17 - Maggio 1936 Gianni Dalli Cani

 

foto 18 9/9/1952 don Gianni con la mamma Pia e la nonna Maria


 

 

1968

Elezioni politiche: la mia posizione politico-amministrativa e la categoria degli artigiani che fanno pressione, pongono all’attenzione dei dirigenti provinciali della Democrazia Cristiana l’eventualità di una mia possibile candidatura alle elezioni politiche. Io non so niente anche perché l’interessato è sempre l’ultimo a sapere, nel mio caso poi data la mia avversione ad occupare un posto dal quale la mia esperienza mi diceva che a Roma non si conta. Il mio temperamento poi portato a fare le cose dove posso essere protagonista, non si confaceva ad arrischiare e conquistare un posto dove sarei stato semplicemente un numero.

 

Intanto il Consiglio provinciale della DC nomina la commissione incaricata di scegliere i candidati per le elezioni stesse. In quei giorni a Roma c’è stata un’assemblea dei presidenti delle mutue, nel mio viaggio di ritorno incontro nella stessa carrozza l’avv. Mirandola, entro nel discorso sapendo che fa parte della commissione, gli dico che ho subodorato alcune voci nei miei confronti, naturalmente non posso rinunciare ad una cosa che non ho, lui dice che la commissione non si è ancora riunita e non sa niente. Data l’amicizia che ci lega lo prego qualora ci fosse qualche spinta nei miei confronti, mi informi in modo che io corra ai ripari, manifestandogli (lui mi conosce) la mia assoluta avversione ad un’eventuale candidatura. Non sento più parlare, passano alcune settimane e nello stesso giorno in cui il segretario politico mi invita a Verona a firmare la candidatura, nell’Arena viene pubblicata la lista dei candidati del mio Comune. Nel pomeriggio con gli amici Colla, Pasini e altri mi presento alla sede di Verona dove sono invitato, dopo un’accesa discussione perché firmi la lista, io mi rifiuto. Tornato a casa comincio ad avere contatti e ricevo telefonate di compiacimento, avverto anche una certa indifferenza da parte di alcuni democristiani che appartengono ad un determinato indirizzo e questo mi convince maggiormente che ho fatto bene a non firmare la candidatura. In contrapposizione però ci sono cittadini di pur altra fede politica che si complimentano e mi offrono il loro appoggio. Al di sopra di tutti però si muovono gli artigiani che non riescono ad ammettere che io debba rinunciare alla candidatura, i delegati della Mutua si muovono e si organizzano, faccio loro sapere che a parte la mia avversione, c’è la difficoltà della riuscita. Evidentemente loro non sono pratici di elezioni politiche.

La loro passione però, il loro entusiasmo sono tali per cui il non cedere significava un tradimento. Firmo la candidatura non senza recriminare contro Mirandola e il Partito che non m’avevano avvertito prima di dare alla stampa il mio nome senza la mia approvazione.

La mia campagna elettorale è all’insegna dell’indifferenza, gli Artigiani e gli amici si danno da fare ma i risultati saranno quelli previsti. Per me è stato comunque un successo insperato, oltre 24 mila voti, ne bastavano pochi in più per riuscire, ma ad una riunione molto numerosa dove molti hanno denunciato il boicottaggio di qualcuno io gli ho tranquillizzati, che la colpa era soltanto mia perché non mi ero impegnato e perché deputato non mi ci vedevo. (Potrei fare i nomi e i metodi usati nei miei confronti  ma li tengo solo per me).

 

1970 PRIME ELEZIONI REGIONALI

Gli Artigiani, gli amici tornano alla carica mi fanno capire che hanno fatto esperienza e che il posto in Regione era più utile alla categoria, alla quale avrei potuto portare un contributo maggiore, avevano ragione. Io pensavo, ma non lo dicevo, che veramente per la mia mentalità, per la mia esperienza amministrativa alla Regione non sarei stato un numero. Però resisto, capisco che sbagliavo la seconda volta, se avessi resistito due anni prima a non fare quella amara esperienza questa poteva essere la volta buona. Sia pure a malincuore per il dispiacere che arrecavo ad amici ed estimatori rimango irremovibile nella mia decisione negativa.

 

 

Dalla Provincia il presidente Tomelleri passa alla Regione dove farà il presidente, io rimango l’assessore anziano e in attesa della nuova Giunta di cui io farò parte per la 5° volta, assumo per legge la funzione di presidente F. F.  I giochi politici vanno come al solito per le lunghe ed io rimango per cento giorni ad amministrare con la vecchia Giunta l’ordinaria attività.

E’ stata un’esperienza notevole perché tutta l’attività sia pure ordinaria bisognava farla, tutti i lavori già deliberati bisognava portarli avanti e la rappresentanza ufficiale dell’Ente la dovevo assolvere.  Il 12 ottobre 1970 presiedevo il primo consiglio Provinciale dove sarà eletto il nuovo presidente dott. prof. Zanotto e la nuova giunta, nella quale assumerò l’assessorato dei Lavori Pubblici con i quali chiuderò la mia carriera Provinciale.

Alla Provincia le disponibilità finanziarie vanno sempre più scemando, la legge Stammati riduce i finanziamenti per cui bisogna centellinare le spese. I mezzi già stanziati per portare a termine i lavori in corso, la Legnaghese, la Colognese e altre ci sono, per altre spese il discorso si fa più difficile. Il mio pallino rimane sempre la mia zona, il mio paese, il traffico che passa dal nostro centro si fa sempre più caotico, tutto il sud- est della provincia per andare a Verona, all’Autostrada o in Vallata deve passare dal nostro centro. Se noi riusciamo a convogliare le strade del Colognese e Legnaghese sul cavalcaferrovia tutti i mezzi pesanti lascerebbero il nostro centro perché da sopra il cavalcaferrovia avrebbero preso la direzione voluta. Dalla mia posizione faccio preparare il progetto, riteniamo che per un traffico veloce la soluzione più logica sia una strada sopra elevata che congiunga la nuova Colognese col cavalcaferrovia con delle aperture sottovia a raso onde consentire tutta la circolazione per le strade comunali esistenti.

Il progetto viene discusso in giunta nulla da eccepire per quanto riguarda la bontà dell’opera ma il punto dolente rimane il finanziamento.

Siamo ormai ai primi del 1974 facciamo un preventivo per l’ultimo anno, la ragioneria ci fornisce la situazione finanziaria con una disponibilità di L. 900 milioni circa da far fronte a tutte le richieste.

Le pressioni sono tante le discussioni pure, alla fine prevale la tesi che solo 2 lavori sono possibili ancora e questi si trovano a due estremità della provincia e cioè: la circonvallazione di Grezzana e quella di Sambonifacio che diventa il completamento della Colognese. La delibera di giunta passerà in Consiglio Provinciale quindi al Comitato di Controllo, poi il mutuo, intanto chiediamo una delibera del Consiglio Comunale di Sambonifacio che ci perviene favorevole con 16 voti favorevoli 2 astenuti 2 contrari le minoranze (sindaco ing. Zoppei) in data 3/4/1974. I nostri funzionari provvedono agli espropri dei terreni occorrenti che vengono tutti concordati in via amichevole, con le tariffe della piccola proprietà contadina.

Una delle mie ultime aste per l’assegnazione dei lavori sarà proprio la Grezzana e il raccordo della Colognese con la Valdalpone, quest’ultima viene assegnata alla Veneta Scavi.

 

1975 ELEZIONI COMUNALI - PROVINCIALI - REGIONALI

La mia attività Amministrativa Provinciale sta esaurendosi, vuoi perché sta venendo meno il mio entusiasmo, vuoi per l’aggressività delle minoranze che frappongono sempre maggiori ostacoli all’azione operativa della Giunta e della maggioranza. La mia mentalità amministrativa era ferma al dopoguerra, con la quale giudicavo la funzione piena e responsabile della maggioranza sul suo operato, funzione di critica e di stimolo per la minoranza. Le due funzioni dovevano esercitarsi con sistemi corretti e democratici, cose che oramai erano state stravolte. L’ultimo motivo era anche quello di non diventare una istituzione dell’Ente Provincia, mi sono presentato alla sede del Partito D.C. e al segretario Politico ing. Tomelleri, presente il tutto-fare Mariotto ho irrevocabilmente dichiarato che non mi presentassero alle nuove Elezioni provinciali perché io avevo definitivamente chiuso.

A Sambonifacio sono entrato in lista per le comunali allo scopo, se il Partito era d’accordo, di fare il capogruppo consigliare, col proposito di misurarmi con le minoranze in difesa dell’operato della Giunta e del Sindaco. Tutto procede come previsto Il dott. Trevisoi fa il Sindaco io farò il capogruppo, ma una grossa sorpresa mi attendeva. La strada di raccordo da me ottenuta e perfezionata in Provincia non trova d’accordo il Sindaco e l’assessore ai lavori pubblici arch. Mazzon, fermano la Veneta Scavi che già ha picchettato il tracciato e chiedono alla Provincia di rideliberare l’assenso già dato dall’amministrazione precedente. Io non voglio credere che ci sia della gente decisa e rinunciare a un’opera tanto attesa e tanto indispensabile e per lo più gratuita.

Non sto a descrivere la seduta consigliare dove per la prima volta mi trovo al bivio, creare la crisi nella maggioranza o dimettermi dopo 30 anni di militanza Politico Amministrativa, scelgo la via di mezzo, la minoranza vota contro la proposta del Sindaco, lascio libero il gruppo consigliare D.C. di seguire la proposta della Giunta ed io mi astengo non senza prima aver fatto verbalizzare questa dichiarazione: Il Sindaco non si rende conto di offrire alla Provincia su un piatto d’argento la somma di L. 400 milioni che faranno la gioia di quegli amministratori che potranno soddisfare richieste di comuni ben più intelligenti. L’amarezza che ho provato è stata indicibile, il mio pensiero era dominato soprattutto per aver privato il mio paese di un’opera tanto necessaria. Con la nuova amministrazione Mazza il discorso è  stato ripreso e dopo otto anni si è realizzato in forma ridotta il raccordo, fatto a raso, con semafori, chiudendo la strada per il Cimitero costringendo la visita a un lungo percorso e attraversamento a raso della strada di grande traffico.

E’ stata una soluzione di ripiego ed è costata al Comune di Sambonifacio il prezzo dei terreni espropriati. Alla sua inaugurazione sono stato invitato a ricevere una targa dell’amministrazione Comunale a ringraziamento del mio operato in Provincia. Io penso anche a riparazione della imbecillità della precedente amministrazione. Molti consiglieri che sono ritornati in amministrazione hanno più volte manifestato il loro rammarico per quell’errore dichiarando che in quell’occasione sono stati ingannati.

L’ultimo anno 1980 con la riforma Sanitaria sono stato eletto delegato del comune e ho esercitato la funzione di Vice Presidente nell’Unità Sanitaria Locale 24 sino all’Aprile 1981.

 

Foto 21 - 1985 Giuseppe Dalli Cani  e arch  Mazza

 

 

 

 

 

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

1 - 1945-46 : Alunni della classe  5^ elementare maschile, sez. A, con il maestro Cossalter,  davanti il porticato dell'edificio scolastico ( ex Casa del Fascio) in Piazza Vittorio Veneto, ora Piazza Costituzione.

Davanti, al centro : Elio Munari.

Da sinistra : Prima fila : 2° Cavaggioni,  3° Giancarlo Fiorio,  6° Guglielmo Zago, 7° Nello Arduin,  8° Marco Ferrarese,  9° Gianfranco Carellini,  10° Dario Brendolan.

Seconda fila : 1° Luigi Zenari,  Discotto,3° Bonente,  4° Dino Tomba,  5° Gaetano Zonato,  Antonio-Gigi Maleffo, 7° Antonio Saccomani, 8° Gianni Dalli Cani.

Terza fila : 1° Claudio Pavan,  2° Gino Negretto,  3° Aldo Pelosato,  Mascotto,  5° Dario Corrà,6° Nereo Corrà, 7° Luigino Zonato.

Quarta fila :Adami,  Burato,  Gecchele,    Luigi Rugolotto,7° Gastone Gonzato